Roma, 28 febbraio 2026 – Gestire pubblicamente l’intelligenza artificiale e costruire una strategia comune in Europa: sono questi i temi al centro dell’intervento di Vincenzo Caridi, capo del Dipartimento per le politiche del lavoro del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Questa mattina, all’evento “Ia e lavoro: governare la trasformazione, moltiplicare le opportunità strategie, fiducia, regole, competenze” tenutosi nella sede di via Veneto, Caridi ha chiamato a raccolta esperti, sindacati e imprese per riflettere sul futuro del lavoro nell’era digitale.
L’intelligenza artificiale: una sfida che riguarda tutti
“Questa trasformazione ci tocca tutti, persone e organizzazioni, nessuno può tirarsi indietro”, ha esordito Caridi davanti a una platea fatta di funzionari pubblici, manager e giovani ricercatori. Il messaggio è netto: la rivoluzione digitale non è roba da grandi aziende tech, ma coinvolge ogni settore e ogni lavoratore. “Per questo – ha aggiunto – serve una gestione pubblica dell’intelligenza artificiale”. Parole che hanno raccolto qualche consenso, soprattutto tra chi teme che l’innovazione sfugga al controllo delle istituzioni.
Secondo Caridi, solo una regia pubblica può indirizzare la tecnologia verso obiettivi condivisi. “Solo così possiamo lavorare bene, insieme, con una strategia europea”, ha ribadito. L’obiettivo è evitare divisioni e disuguaglianze tra i Paesi membri, puntando invece su politiche e strumenti comuni. Un richiamo evidente alle discussioni in corso a Bruxelles sull’AI Act e sulle regole per un uso responsabile degli algoritmi.
Il lavoro tra rischi e nuove possibilità
Caridi ha spiegato cosa intende il ministero quando parla di “governare l’intelligenza artificiale nel mercato del lavoro”. Non è solo un’idea astratta: “Significa dare una direzione chiara e trasformarla in azioni concrete”, ha detto. Non basta parlare di innovazione: servono piani, formazione mirata e sistemi per tenere tutto sotto controllo.
L’Italia, ha sottolineato, ha una posizione particolare. “L’Ia può dare molto al nostro Paese”, ha affermato senza mezzi termini. Il nostro è un Paese ricco di eccellenze, ma con problemi strutturali: “Abbiamo una crisi demografica che si fa sentire, meno lavoratori in campo”. Un dato allarmante, confermato dall’Istat che nel 2025 ha registrato meno di 23 milioni di persone attive.
Formazione e inclusione: la chiave per il futuro
La risposta? Per Caridi è chiara: “L’Ia deve aiutare a rafforzare le competenze di chi lavora, non a sostituirlo”. Un messaggio rivolto anche ai sindacati, preoccupati per possibili licenziamenti e precarietà. Il ministero punta a sostenere la trasformazione digitale con percorsi di formazione continua, puntando su nuove figure professionali e aggiornando quelle esistenti.
Nel dibattito, alcune imprese hanno chiesto incentivi per adottare tecnologie avanzate. I sindacati, invece, hanno ribadito che è fondamentale tutelare i diritti dei lavoratori anche in questo nuovo scenario digitale. “Serve un patto sociale”, ha sintetizzato un rappresentante della Cgil presente.
Verso un’intesa europea sul futuro dell’intelligenza artificiale
A chiudere l’incontro, Caridi ha rimarcato l’importanza del piano europeo. “L’Ia è una sfida che va affrontata con una strategia europea”, ha detto. Solo unendo le forze, ha spiegato, si potranno gestire i cambiamenti senza lasciare nessuno indietro. Il passo successivo sarà definire linee guida da condividere con gli altri Stati e con le parti sociali.
Il dibattito resta aperto. Ma una cosa è ormai chiara: la gestione dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro non può essere lasciata al caso o solo alle leggi del mercato. Serve una visione pubblica, condivisa e orientata al bene comune.










