Bruxelles, 26 febbraio 2026 – La Commissione europea ha detto no all’iniziativa popolare “My Voice, My Choice”, che aveva raccolto oltre 1,1 milioni di firme in tutta Europa per chiedere un impegno più deciso dell’Unione sull’accesso all’aborto sicuro. La decisione è arrivata ieri, dopo settimane di attesa e confronti tra i promotori e i funzionari di Bruxelles. L’esecutivo guidato da Ursula von der Leyen ha chiarito che la materia resta di competenza nazionale e che non ci saranno nuovi strumenti giuridici a livello Ue.
Aborto, la Commissione blocca: “La parola spetta agli Stati”
Nel comunicato diffuso nel primo pomeriggio, la Commissione Ue ha spiegato che, dopo aver valutato con attenzione l’iniziativa e le sue richieste, non presenterà nuove proposte legislative sull’interruzione volontaria di gravidanza. “Le competenze dell’Ue in materia di salute pubblica sono limitate”, si legge. In pratica, l’aborto resta una questione che ogni Stato membro gestisce come crede, decidendo da solo come garantire o limitare l’accesso ai servizi.
La raccolta firme, partita più di un anno fa, ha coinvolto associazioni e cittadini da tutta Europa, con l’obiettivo di spingere Bruxelles a intervenire per assicurare a tutte le donne un accesso sicuro e uniforme all’interruzione di gravidanza. Ma la risposta della Commissione è stata chiara: “Gli Stati membri possono già usare i fondi esistenti per migliorare l’accesso a servizi sicuri di interruzione di gravidanza”, ha detto un portavoce.
Fondi europei già pronti, niente nuove regole
La Commissione sottolinea che l’Unione può aiutare “in tempi brevi” gli Stati che vogliono farlo, utilizzando le risorse già messe a disposizione dai programmi europei. Non arriverà quindi nessuna nuova direttiva o regolamento specifico sull’aborto, come chiedevano i promotori di “My Voice, My Choice”. Secondo Bruxelles, gli strumenti attuali bastano per chi vuole migliorare l’accesso ai servizi legati all’interruzione volontaria di gravidanza.
“Non vediamo la necessità di un nuovo strumento giuridico”, ha ribadito la Commissione nella sua risposta ufficiale. Una posizione anticipata nei giorni scorsi da alcune indiscrezioni dagli uffici del commissario alla Salute, Stella Kyriakides. “La salute pubblica è una materia condivisa, ma con forti limiti di intervento a livello europeo”, aveva spiegato una fonte interna.
Le reazioni: delusione tra i promotori, prudenza nei governi
La decisione ha diviso le opinioni. I promotori dell’iniziativa hanno espresso “profonda delusione” per quella che chiamano “una mancata assunzione di responsabilità” da parte delle istituzioni europee. “Avevamo chiesto un segnale chiaro per tutte le donne europee”, ha detto Anna Maria Corazza Bildt, una delle portavoce della campagna. “Così si lascia tutto ai governi nazionali, rischiando nuove disuguaglianze”.
Dall’altra parte, diversi governi hanno accolto positivamente la scelta della Commissione. In Francia e Spagna – dove l’accesso all’aborto è garantito da anni – si sottolinea l’importanza di rispettare le diverse sensibilità nazionali. Più cauta la posizione italiana: dal Ministero della Salute fanno sapere che “ogni Stato deve poter decidere secondo il proprio contesto sociale e culturale”.
Europa a due velocità sui diritti delle donne
L’aborto resta uno dei temi più spinosi in Europa. In alcuni Paesi, come Polonia e Malta, l’accesso è molto limitato o quasi impossibile. In altri, come Svezia e Olanda, le donne possono interrompere la gravidanza senza grandi ostacoli. Proprio questa disparità aveva spinto i promotori di “My Voice, My Choice” a chiedere un intervento dell’Unione.
Secondo dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno in Europa ci sono ancora migliaia di aborti clandestini o non sicuri, soprattutto nei Paesi con leggi più restrittive. La Commissione Ue, però, ricorda che rispettare le competenze nazionali è un principio chiave dei trattati europei.
Il futuro resta aperto: il dibattito continua
Per ora, nessuna novità da Bruxelles sull’aborto sicuro. I promotori dell’iniziativa promettono di continuare a sensibilizzare l’opinione pubblica e fare pressione sui governi nazionali. “Non ci fermiamo qui”, ha detto Corazza Bildt. Nel frattempo, il tema resta al centro del dibattito politico europeo, tra chi chiede diritti più uguali e chi difende le autonomie dei singoli Stati.










