Milano, 26 febbraio 2026 – Le esportazioni italiane di salumi verso gli Stati Uniti, che rappresentano il terzo mercato estero per il settore, hanno subito una battuta d’arresto nel 2025 a causa dell’aumento dei dazi doganali. A mettere in luce questa situazione è Davide Calderone, direttore di Assica, l’associazione che riunisce circa 180 aziende produttrici di carni suine e salumi, con un fatturato che supera i 9 miliardi di euro all’anno, di cui oltre 2,4 miliardi derivano dall’export.
Dazi Usa: la crescita si blocca nel 2025
“Gli Stati Uniti pesano per noi circa 270 milioni di euro all’anno in esportazioni – spiega Calderone – e rappresentano il nostro terzo mercato estero. Ma nel 2025, con l’arrivo dei dazi al 15% decisi dall’amministrazione Trump, la crescita che avevamo visto negli anni precedenti si è praticamente fermata. Il risultato finale è sostanzialmente lo stesso del 2024, che era stato un anno molto positivo”. Dietro questo rallentamento, secondo il direttore di Assica, ci sono ragioni ben precise: “Il mercato interno è saturo, non c’è più spazio per crescere. L’export è l’unica via, e gli Usa sono un partner fondamentale”.
Negli ultimi anni il settore aveva goduto dell’apertura americana a quasi tutti i prodotti di salumeria italiana. “Fino a poco tempo fa – ricorda Calderone – si potevano esportare solo prosciutti crudi stagionati e pochi altri articoli. Ora, salvo qualche limitazione sanitaria, quasi tutto è ammesso”. Ma l’aumento dei dazi ha cambiato le carte in tavola.
I dazi pesano: margini più stretti e incertezza
“Prima i dazi erano intorno all’1% – spiega Calderone – l’aumento al 15% è stato assorbito solo in parte dalle aziende e dagli importatori. Per il resto è finito nei prezzi finali. In pratica, si è dovuto rinunciare a un 15% del valore che avevamo prima”. Una situazione che ha costretto le aziende a fare i conti con una programmazione più attenta e margini più risicati. “Nessuno si aspetta che i dazi spariscano del tutto – ammette Calderone – ma speriamo restino il più bassi possibile”.
La recente riduzione temporanea al 10% per 150 giorni è accolta con prudenza: “Può aiutare sui margini – dice Calderone – ma serve stabilità per pianificare davvero. L’incertezza pesa sulle decisioni delle imprese”.
Non delocalizzare, ma affettare in loco
Nonostante le difficoltà, le aziende italiane non sembrano intenzionate a spostare la produzione negli Stati Uniti per aggirare i dazi. “Qualcuno l’ha fatto oltre vent’anni fa, quando c’erano problemi sanitari che bloccavano l’export di molti prodotti. Oggi, però, non ci risultano nuove iniziative in questo senso”, precisa Calderone.
Piuttosto, sta crescendo un’altra pratica: “Negli Usa si stanno diffondendo sempre di più le centrali di affettamento dei prodotti italiani. Noi esportiamo i salumi interi, che poi vengono affettati e confezionati lì per la grande distribuzione”. Questo sistema funziona sia per ragioni logistiche – “è più efficiente riempire un container con prodotti interi” – sia per rispondere alla domanda del mercato americano, dove il consumo di prodotti pre-affettati è in aumento.
Vaschette pre-affettate: un modello che funziona
Il trend delle vaschette pre-affettate, secondo Calderone, è una soluzione vantaggiosa per tutti: “Le aziende gestiscono meglio scorte e logistica, mentre negli Stati Uniti si creano posti di lavoro e si dà impulso all’economia locale”. Un adattamento necessario, visto che la cultura del consumo è diversa da quella italiana: “Negli Usa non c’è la tradizione di avere l’affettatrice in casa o nei negozi come da noi. Il prodotto pronto al consumo arriva più facilmente al cliente”.
Sul fronte istituzionale, Assica prosegue il lavoro sia negli Stati Uniti sia con il governo italiano per limitare gli effetti negativi delle tariffe. “Siamo presenti direttamente sul mercato americano e dialoghiamo con le istituzioni per attenuare le ripercussioni”, sottolinea Calderone.
In chiusura, il comparto guarda al futuro con cautela: “Dopo anni di crescita costante, era normale aspettarsi una battuta d’arresto. Ma i dazi hanno complicato le cose. Ora serve stabilità per ripartire”, conclude il direttore di Assica.










