Roma, 26 gennaio 2026 – Sono migliaia i lavoratori pubblici che aspettano con ansia una decisione importante: il 10 febbraio prossimo la Corte Costituzionale tornerà a pronunciarsi sui ritardi nell’erogazione del TFS e del TFR ai dipendenti dello Stato. Un passaggio atteso, che arriva in un clima di crescente tensione sul fronte previdenziale. Ma, come sottolinea il network legale Consulcesi & Partners, il problema non è solo il tempo perso. Per molti si rischia un vero e proprio “doppio danno”: una liquidazione tardiva e deprezzata, accompagnata da errori nel calcolo che tagliano anche l’importo della pensione mensile.
Ritardi che pesano: la Consulta pronta a intervenire
Nonostante la sentenza n. 130/2023 della Corte e le novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2026 – che in certi casi riducono a sette mesi il tempo massimo per la prima rata del TFS – il sistema resta penalizzante. Le regole attuali, basate sul D.L. n. 79/1997 (differimento) e sul D.L. n. 78/2010 (rateizzazione), continuano a far aspettare a lungo: oltre 27 mesi per chi lascia il lavoro con dimissioni, e fino a cinque anni per cifre sopra i 100.000 euro.
“In un periodo di inflazione e instabilità economica – spiega Bruno Borin, a capo del team legale di Consulcesi & Partners – ritardare il pagamento senza un adeguato aggiornamento del valore monetario significa perdere potere d’acquisto. Ricevere oggi una somma calcolata su valori di anni fa equivale a incassare un capitale già fortemente svalutato”. Un quadro chiaro: chi va in pensione oggi rischia di vedersi consegnare una liquidazione che vale molto meno di quanto dovrebbe, senza alcuna garanzia contro il caro vita.
Calcoli sbagliati e il buco nero della previdenza
L’indagine fatta con il servizio OKPensione ha messo in evidenza un problema spesso ignorato: gli errori nel calcolo del TFS segnalano spesso una posizione assicurativa incompleta, che influisce anche sull’assegno pensionistico. Il passaggio dal sistema TFS (DPR 1032/1973) al TFR, unito alla disorganizzazione nelle comunicazioni tra amministrazioni e Inps, ha creato una vera e propria “zona d’ombra” nel mondo delle pensioni. Indennità extra, avanzamenti di carriera, periodi riscattati o ricongiunti spesso non vengono considerati come dovrebbero.
“Se la base di calcolo è sbagliata fin dall’inizio – spiega Borin – l’errore si allarga a cascata: il lavoratore riceve una liquidazione più bassa del dovuto e poi, per tutta la vita, una pensione mensile più bassa rispetto a quello che ha effettivamente maturato”. Un problema che colpisce soprattutto chi ha avuto carriere lunghe o frammentate, con tanti cambi di ruolo o periodi riscattati.
La lentezza della politica e la difesa dei lavoratori
A riportare la questione davanti alla Consulta è stata l’ordinanza n. 55/2025 del Tar Marche, che ha sottolineato l’immobilismo del legislatore nel garantire una retribuzione differita “giusta e sufficiente”, come prescrive l’articolo 36 della Costituzione. In attesa del verdetto della Corte, Consulcesi & Partners avverte: affidarsi solo ai tempi della burocrazia espone i lavoratori a perdite che potrebbero diventare definitive.
Fare un controllo tecnico della propria posizione previdenziale – come quello offerto su www.okpensione.it – permette di verificare se la base di calcolo è corretta, se tutte le voci stipendiali sono state prese in considerazione e se la carriera contributiva è completa. Un controllo che, secondo gli esperti, può fare la differenza tra una pensione giusta e un assegno ridotto per sempre.
Controllare la propria carriera prima che sia troppo tardi
Verificare la propria storia lavorativa prima che scada il tempo per farlo non è più un optional. È l’unico modo per essere sicuri che il valore del TFS e della pensione rispecchi davvero gli anni di lavoro svolti. “Molti scoprono solo al momento della liquidazione che mancano periodi contributivi o che alcune indennità non sono state conteggiate” racconta Borin. E a quel punto diventa molto difficile recuperare quello che spetta.
Il 10 febbraio potrebbe segnare una svolta decisiva. Ma intanto, tra attese che si allungano e calcoli che non tornano, resta aperto il tema della vera tutela dei diritti previdenziali dei dipendenti pubblici italiani.










