Roma, 26 gennaio 2026 – L’Unione Europea ha un nuovo strumento per rispondere alle pressioni economiche esterne, ma la sua efficacia non è immediata. Lo ha spiegato ieri Irene Picciano, partner dello studio legale Portolano Cavallo, in un’intervista con Adnkronos/Labitalia, commentando le possibili mosse di Bruxelles dopo i nuovi dazi Usa annunciati dal presidente Trump nelle scorse settimane, soprattutto dopo le tensioni nate sull’acquisto della Groenlandia.
Il “bazooka” europeo contro le pressioni: una risposta che richiede tempo
Secondo Picciano, il cosiddetto Strumento Anti-Coercizione (Regolamento Ue 2023/2675), spesso chiamato “bazooka” commerciale europeo, “c’è, ma non è uno strumento pensato per risposte immediate”. La procedura, spiega l’avvocato, è lunga e complessa: “Dopo l’attivazione, la Commissione ha quattro mesi solo per capire se davvero c’è una coercizione economica e prima deve tentare la via diplomatica”. Solo se questo tentativo fallisce e la coercizione viene confermata, si possono proporre contromisure che però devono essere approvate dal Consiglio con una maggioranza qualificata. “È uno strumento da usare come ultima risorsa, quando il dialogo non funziona”, precisa Picciano. Insomma, i tempi non sono rapidi: “Parliamo di mesi, non di giorni o settimane, prima di vedere qualche effetto concreto”.
Dazi Usa, attesa per la sentenza della Corte Suprema e conseguenze per le imprese italiane
Intanto, negli Stati Uniti si aspetta la decisione della Corte Suprema sulla legittimità dei dazi imposti dall’amministrazione Trump. Secondo l’esperta, se questi dazi venissero confermati “renderebbero ancora più difficile esportare verso gli Usa, a causa dei maggiori costi che pesano sugli importatori americani, che sono o acquirenti di prodotti italiani o controllate Usa di gruppi italiani”. Un tema molto sentito da tante aziende italiane, soprattutto in settori come il digital, i media, la tecnologia e le scienze della vita, aree in cui Portolano Cavallo è particolarmente attivo.
Dazi e prezzi: chi paga il conto?
Anche se i dazi non sono stati pagati direttamente dalle aziende italiane, che esportano, “queste hanno comunque dovuto farsi carico di un peso indiretto”, sottolinea Picciano. Per mantenere l’export verso gli Usa, molte hanno dovuto abbassare i prezzi, dividendo così con gli importatori americani il costo del dazio. Questa situazione ha toccato tutta la filiera: “Alla fine, i consumatori hanno pagato di più. L’aumento si è sentito lungo tutta la catena distributiva, sia negli Stati Uniti che altrove”, spiegano gli avvocati di Portolano Cavallo.
Tra diplomazia e incertezza: cosa succederà?
Il quadro resta quindi incerto. Da un lato, l’Unione Europea ha uno strumento per difendersi da pratiche commerciali scorrette o coercitive; dall’altro, per farlo partire servono tempo e accordi politici. Nel frattempo, le imprese italiane – in particolare quelle che esportano molto verso gli Stati Uniti – seguono con attenzione gli sviluppi giudiziari e politici oltreoceano. “Solo a quel punto”, osserva Picciano, “si capirà se e come Bruxelles deciderà di muoversi”.
In questo scenario, la parola d’ordine è prudenza. Le aziende tengono d’occhio sia le mosse della Casa Bianca sia le contromosse europee. Eppure, come ricorda l’avvocato di Portolano Cavallo, “la vera sfida sarà trovare un equilibrio tra la tutela degli interessi economici europei e il mantenimento di rapporti commerciali stabili con gli Stati Uniti”. Una partita aperta, dove diplomazia e diritto si intrecciano ogni giorno.










