Milano, 19 gennaio 2026 – In Italia, il mercato dell’intelligenza artificiale corre a ritmo sostenuto, con un balzo del 58% nel 2024. Eppure, oltre il 70% delle imprese resta ancorato a una digitalizzazione di base. A dirlo è l’ultimo Digital Intensity Index, che mette in luce un paese spaccato in due: da una parte le grandi aziende, con più del 50% che ha adottato soluzioni IA; dall’altra, una miriade di piccole e medie imprese che arrancano. Una frattura che rischia di indebolire la competitività di tutto il sistema produttivo, soprattutto se si pensa che le PMI pesano per quasi il 45% del fatturato nazionale.
Il divario digitale tra big e piccole aziende
I dati Istat mostrano che l’uso dell’intelligenza artificiale nelle aziende con almeno dieci dipendenti è salito dal 5% nel 2023 all’8,2% nel 2024, con una previsione del 16,4% per il prossimo anno. Ma dietro questi numeri si nascondono forti disuguaglianze: le aziende più grandi investono e si muovono, le PMI restano spesso ferme. “Fare impresa con l’IA oggi è un’opportunità, ma può anche diventare un problema”, spiega Manabe Repici, CEO di Strategenius Agency. Molte realtà non hanno ancora capito il vero potenziale del digitale, né quanto conti la reputazione online.
Investimenti digitali: si va piano
La situazione è complicata anche sul fronte degli investimenti. Secondo le stime, la spesa digitale in Italia crescerà solo dell’1,5% entro il 2025. L’intelligenza artificiale si piazza appena al terzo posto tra le aree di spesa ICT. Un segnale chiaro: per molti imprenditori la trasformazione digitale è ancora vista come un costo, non come un investimento strategico. “Le PMI generano quasi la metà del fatturato nazionale – sottolinea Repici – e per loro è fondamentale colmare questo gap digitale, altrimenti rischiano di essere sorpassate da concorrenti meno preparati ma più abili nel marketing digitale”.
Tra rischi e opportunità della rivoluzione digitale
La trasformazione digitale sta cambiando in profondità il modo in cui i consumatori cercano informazioni e le aziende gestiscono il lavoro. L’IA non serve solo a migliorare l’efficienza, ma sta rivoluzionando modelli di business interi. Il mercato italiano dell’IA, spinto dalle sperimentazioni sulla Generative AI, è molto vivace, ma non coinvolge ancora tutte le imprese. “Siamo in una fase di passaggio – osserva Repici – dove l’IA può fare da ponte tra generazioni più anziane e giovani nativi digitali”. Un momento delicato, soprattutto in un paese dove molte PMI sono ancora guidate da imprenditori meno propensi ai cambiamenti tecnologici.
L’uomo al centro di tutto
Nonostante l’avanzata dell’automazione, cresce la domanda di competenze umane. “In un mondo invaso da contenuti generati dall’IA, la spontaneità e l’autenticità peseranno sempre di più”, dice Repici. L’elemento umano resta quindi fondamentale, anche nei processi più digitalizzati. Solo quando tecnologia e creatività sapranno lavorare insieme davvero, la trasformazione potrà considerarsi completa.
Una sfida prima di tutto culturale
Il ritardo nella digitalizzazione rischia di diventare un vero peso per le PMI italiane. La strada da seguire? “Adattarsi e innovare, usando l’IA per costruire un futuro più solido e sostenibile”, conclude Repici. Un avvertimento che suona come un ultimatum per migliaia di imprenditori: il tempo per colmare il divario digitale sta finendo. Mentre le grandi aziende accelerano verso l’innovazione e il mercato dell’IA continua a crescere, le PMI devono cambiare passo. La digitalizzazione non è più una scelta: è l’unico modo per restare in gioco e mantenere viva la competitività del sistema produttivo italiano.










