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La chiusura dello Stretto di Hormuz: il cuore del mercato petrolifero e i perdenti di questa crisi

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La chiusura dello Stretto di Hormuz: il cuore del mercato petrolifero e i perdenti di questa crisi
La chiusura dello Stretto di Hormuz: il cuore del mercato petrolifero e i perdenti di questa crisi
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Teheran, 2 marzo 2026 – Nella notte tra sabato e domenica, i Pasdaran iraniani hanno deciso di chiudere lo Stretto di Hormuz, una delle rotte marittime più importanti al mondo per il trasporto di petrolio e gas naturale liquido. La notizia, arrivata dal comando delle Guardie della Rivoluzione, si inserisce in un clima di forte tensione nella regione e potrebbe avere effetti immediati sui mercati energetici globali.

Hormuz, il cuore pulsante del commercio energetico mondiale

Secondo la Energy Information Administration degli Stati Uniti, lo Stretto di Hormuz è “uno dei colli di bottiglia più critici per il petrolio nel mondo”. In media, ogni giorno attraversano questo passaggio, largo appena 39 chilometri nel punto più stretto, circa 20 milioni di barili di petrolio. È quasi un quinto del consumo mondiale. E non si tratta solo di petrolio: nel 2024, sempre secondo l’EIA, qui è transitato circa il 20% del commercio globale di gas naturale liquido (GNL), con il Qatar tra i maggiori esportatori.

La gran parte di questo traffico – oltre l’80% – è diretta ai mercati asiatici, in particolare a Cina, India, Giappone e Corea del Sud. Le petroliere partono dai terminali di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Iraq e anche dall’Iran. “È un punto cruciale per l’economia mondiale”, ha detto ieri un esperto energetico di Singapore. “Qualsiasi blocco si ripercuote subito sui prezzi”.

Chi rischia di più con la chiusura

Il primo a pagare il prezzo della chiusura dello stretto sono i grandi importatori asiatici. La Cina, che compra molto petrolio da Iran e Qatar, potrebbe subire un duro colpo. Anche gli Stati Uniti, meno dipendenti dal petrolio mediorientale rispetto al passato, stanno seguendo la situazione da vicino: la Quinta Flotta americana ha rafforzato la presenza nell’area nelle ultime settimane.

Ma l’Iran stesso non è immune ai rischi. “Bloccare Hormuz vuol dire tagliare fuori anche le proprie esportazioni”, ha ricordato un diplomatico europeo a Dubai. Da tempo gli analisti parlano di un “suicidio economico” se il blocco dovesse durare a lungo. Teheran ha bisogno di quelle entrate petrolifere per mantenere il bilancio e sostenere la spesa sociale.

Una minaccia che torna ciclicamente

Questa non è la prima volta che la chiusura dello Stretto di Hormuz mette in allarme i mercati. Dal 1979, anno della rivoluzione islamica, Teheran ha minacciato di chiudere il passaggio almeno una ventina di volte. I momenti più caldi sono stati durante la guerra Iran-Iraq (1980-88), poi nel 2008 con la crisi finanziaria globale e più recentemente, tra il 2018 e il 2022, quando le tensioni con gli Stati Uniti si sono fatte molto intense.

In quegli anni, l’Iran ha colpito navi mercantili e infrastrutture petrolifere, anche tramite alleati come gli Houthi in Yemen. “Abbiamo visto attacchi a petroliere vicino alle coste degli Emirati”, ha ricordato un funzionario portuale di Abu Dhabi. Solo allora le compagnie di assicurazione hanno iniziato a rivedere le polizze per le rotte nel Golfo.

Le vie alternative che non bastano

Per ridurre la dipendenza da Hormuz, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno investito in oleodotti terrestri che portano il petrolio dal Golfo al Mar Rosso o all’Oceano Indiano. L’oleodotto saudita East-West arriva fino al porto di Yanbu, mentre quello emiratino collega Abu Dhabi a Fujairah, fuori dallo stretto.

Ma la capacità di questi percorsi resta limitata: secondo l’EIA, possono trasportare circa 2,6 milioni di barili al giorno, una cifra molto più bassa rispetto a quella che passa normalmente attraverso Hormuz. “Non ci sono soluzioni facili e veloci”, ha ammesso ieri un manager del settore a Dubai. Le attese ai terminal sono già cominciate.

Mercati in tensione, le reazioni dal mondo

Subito dopo l’annuncio iraniano, il prezzo del petrolio Brent è schizzato oltre i 90 dollari al barile nei mercati asiatici. Le borse europee hanno aperto in calo. Da Washington a Pechino, le diplomazie si sono messe in moto per chiedere la riapertura dello stretto il prima possibile. “Seguiamo la situazione minuto per minuto”, ha detto un portavoce del Dipartimento di Stato americano.

Al momento non ci sono stati incidenti gravi o scontri navali, ma la tensione resta alta. La chiusura dello Stretto di Hormuz rischia di trasformarsi in una crisi mondiale se non sarà risolta nelle prossime ore.

Written by
Luca Carlini

Sono un appassionato di economia e del mondo del lavoro, con un occhio attento alle dinamiche sociali e politiche che influenzano la nostra vita quotidiana. La mia carriera giornalistica mi ha portato a esplorare vari aspetti dell'attualità, dalla cronaca alle notizie politiche, sempre con l'intento di fornire un'analisi critica e ben informata. Collaboro con smetteredilavorare.it per offrire approfondimenti utili e stimolanti su come l'economia influisce sulle nostre scelte professionali e sul nostro benessere. Credo fermamente nel potere dell'informazione e nella sua capacità di generare cambiamento, e mi impegno a raccontare storie che possano ispirare e informare i lettori. Quando non scrivo, mi piace esplorare nuovi luoghi e immergermi in culture diverse, sempre in cerca di nuove prospettive.

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