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Cinturrino si scusa dal carcere: il messaggio toccante alla famiglia della vittima di Rogoredo

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Cinturrino si scusa dal carcere: il messaggio toccante alla famiglia della vittima di Rogoredo
Cinturrino si scusa dal carcere: il messaggio toccante alla famiglia della vittima di Rogoredo
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Milano, 27 febbraio 2026 – Carmelo Cinturrino, assistente capo della Polizia di Stato ora in carcere con l’accusa di omicidio volontario per la morte di Abderrahim Mansouri, avvenuta il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo, ha scritto una lettera dalla sua cella. Il messaggio è rivolto alla famiglia della vittima, ai colleghi e a tutto il corpo di polizia. Nella lettera, consegnata al suo avvocato Piero Porciani, Cinturrino si definisce “triste e pentito”, chiede scusa per quanto successo e dice di voler “pagare per il mio errore”.

La lettera dal carcere: “Mi dispiace, pagherò per il mio errore”

La lettera, scritta in stampatello e letta in esclusiva dall’avvocato Porciani durante la trasmissione “Diario del Giorno” su Rete4, mostra uno spaccato sincero dello stato d’animo dell’agente. “Vorrei scusarmi con tutti per quello che è successo. Credetemi, ho avuto paura. Prima che quel ragazzo mi colpisse, poi dopo aver sparato, per le conseguenze del mio gesto”, si legge. Un passaggio chiave è questo: “Quel ragazzo doveva stare in prigione, non morto. Mi dispiace anche per la sua famiglia”. Parole, secondo il legale, nate da un momento di profondo turbamento.

Cinturrino, 48 anni, nato a Catania ma in servizio a Milano da anni, vuole sottolineare la sua integrità professionale. “Nella vita sono sempre stato onesto e servitore dello Stato”, scrive, ricordando gli encomi ricevuti e l’assenza di sanzioni disciplinari. “Ho sempre avuto la stima dei colleghi”, aggiunge.

Corruzione? La difesa di Porciani

Oltre all’accusa di omicidio, su Cinturrino gravano anche sospetti di corruzione. Secondo alcune indagini, sarebbe stato avvicinato da pusher del boschetto di Rogoredo, che gli avrebbero offerto soldi in cambio del silenzio. Ma l’avvocato Porciani ha respinto con fermezza queste accuse durante la trasmissione: “Mi ha sempre detto di non aver preso nulla da nessuno”, ha spiegato il legale. “Il suo stile di vita non è mai stato quello di un corrotto. Viveva come un uomo che faceva il suo lavoro con dedizione”.

Porciani ha raccontato anche la paura vissuta da Cinturrino in quei momenti: prima del confronto con Mansouri, che secondo la ricostruzione avrebbe cercato di colpirlo, poi per le conseguenze giudiziarie. “Ha avuto paura, prima di essere ferito da Mansouri, poi di essere travolto dalla giustizia”, ha detto l’avvocato.

La tragedia nel boschetto di Rogoredo

Tutto è successo il pomeriggio del 26 gennaio. Nel boschetto di Rogoredo, un’area nota per spaccio e consumo di droga nella periferia sud-est di Milano, Cinturrino avrebbe sparato un colpo d’arma da fuoco che ha ucciso Mansouri, 28 anni, cittadino marocchino. Secondo le prime ricostruzioni, l’agente era impegnato in un controllo antidroga quando è scoppiata una colluttazione.

Le indagini della Procura di Milano sono ancora aperte. Gli investigatori stanno verificando le testimonianze e i rilievi balistici per capire esattamente cosa è successo. La famiglia di Mansouri, assistita dall’avvocato Samir El Madi, chiede che sia fatta chiarezza e che si individuino eventuali responsabilità.

Tra i colleghi: solidarietà e attesa

Alla Questura di Milano, la lettera ha diviso gli animi. Alcuni colleghi hanno mostrato solidarietà a Cinturrino, ricordandone l’esperienza e la reputazione intatta. Altri preferiscono restare in silenzio, aspettando gli sviluppi dell’inchiesta. “Siamo tutti scossi”, ha confidato un agente che lavora nella stessa zona. “Nessuno si aspettava una cosa del genere”.

Intanto, la famiglia Mansouri aspetta risposte dalla giustizia. “Vogliamo giustizia”, ha detto un cugino della vittima davanti al Tribunale di Milano. Il caso resta aperto: solo le prossime settimane diranno se la versione di Cinturrino sarà confermata o se emergeranno nuovi elementi contro l’agente.

Milano sotto choc: sicurezza e diritti in bilico

Il caso del boschetto di Rogoredo riporta al centro il tema della sicurezza nelle periferie milanesi e il difficile equilibrio tra lotta allo spaccio e rispetto dei diritti. In attesa delle decisioni della magistratura, resta il dolore delle famiglie coinvolte e una città che si interroga sulle sue fragilità quotidiane.

Written by
Luca Carlini

Sono un appassionato di economia e del mondo del lavoro, con un occhio attento alle dinamiche sociali e politiche che influenzano la nostra vita quotidiana. La mia carriera giornalistica mi ha portato a esplorare vari aspetti dell'attualità, dalla cronaca alle notizie politiche, sempre con l'intento di fornire un'analisi critica e ben informata. Collaboro con smetteredilavorare.it per offrire approfondimenti utili e stimolanti su come l'economia influisce sulle nostre scelte professionali e sul nostro benessere. Credo fermamente nel potere dell'informazione e nella sua capacità di generare cambiamento, e mi impegno a raccontare storie che possano ispirare e informare i lettori. Quando non scrivo, mi piace esplorare nuovi luoghi e immergermi in culture diverse, sempre in cerca di nuove prospettive.

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