Milano, 24 febbraio 2026 – Abderrahim Mansouri, 28 anni, è morto un’ora dopo essere stato colpito da un proiettile nel cosiddetto bosco della droga di Rogoredo, a Milano, il 23 febbraio scorso. Secondo gli atti della procura, il poliziotto Carmelo Cinturrino, ora fermato con l’accusa di omicidio volontario, avrebbe potuto salvarlo. Invece, ha aspettato più di venti minuti prima di chiamare i soccorsi, mentre la vittima mostrava ancora segni di vita. Un dettaglio che, per la procura guidata da Marcello Viola, è una circostanza aggravante nel fermo eseguito questa mattina.
Spari, attese e un ritardo che pesa
Le carte dell’inchiesta – sedici pagine fitte di particolari – raccontano una sequenza precisa. Lo sparo sarebbe partito tra le 17.33 e le 17.34: a confermarlo è sia l’ultimo utilizzo del cellulare di Mansouri (uno screenshot alle 17.33.02), sia le immagini delle telecamere di sorveglianza che mostrano l’agente Cinturrino allontanarsi dalla zona pochi secondi dopo. Ma la chiamata al 118 arriva solo alle 17.55, cioè ventidue minuti dopo. Nel frattempo, secondo gli atti, Cinturrino avrebbe usato quel tempo per modificare la scena del delitto, mettendo una pistola a salve accanto al corpo di Mansouri per simulare una situazione di legittima difesa.
Colleghi in difficoltà, le testimonianze che incriminano
La conferenza stampa in Questura stamattina è stata tesa. Gli investigatori della Digos hanno raccolto le versioni dei colleghi di Cinturrino: alcuni hanno detto che lui aveva assicurato di aver chiamato subito i soccorsi, ma i tabulati telefonici e le registrazioni del 118 raccontano un’altra storia. “L’indagato ha atteso ben ventidue minuti prima di allertare i soccorsi, nonostante Mansouri fosse ancora vivo”, si legge nel provvedimento. Un collega ha anche raccontato agli inquirenti che Cinturrino gli avrebbe chiesto di andare in commissariato a prendere il suo zaino subito dopo l’accaduto.
La pistola a salve e la scena costruita
Secondo la procura, la pistola a salve trovata vicino al corpo di Mansouri sarebbe stata piazzata lì da Cinturrino. Le analisi del RIS hanno individuato due profili di DNA sull’arma: uno è di Mansouri, l’altro – un dettaglio decisivo – proprio del poliziotto. L’autopsia ha poi stabilito che Mansouri stava scappando quando è stato colpito, smentendo così la versione iniziale di Cinturrino, che aveva detto di aver sparato per legittima difesa contro una minaccia imminente.
Reazioni e sospetti tra colleghi e politica
La vicenda ha scatenato reazioni immediate in politica e tra i sindacati. Giovanni Donzelli, deputato e membro del Copasir, ha commentato: “Se un agente sbaglia, paga. Ma non si usi questa tragedia per attaccare lo scudo penale”. Intanto, tra gli agenti della Questura circolano dubbi e tensioni. “Non era tranquillo”, ha raccontato un collega riferendosi a Cinturrino nelle ore dopo lo sparo. Alcuni agenti hanno riferito agli inquirenti che Mansouri dava ancora segni di vita quando sono arrivati sul posto.
Un’indagine che si allarga: spaccio e polizia, un legame sospetto
Oltre all’omicidio volontario, la procura indaga su un presunto giro di spaccio che coinvolgerebbe anche Cinturrino. Secondo le prime ricostruzioni, il poliziotto era una figura nota a Rogoredo non solo per il suo lavoro. Gli investigatori stanno passando al setaccio tabulati telefonici e movimenti bancari per capire se ci siano collegamenti con attività illecite.
Il futuro dell’inchiesta: nuovi accertamenti e audizioni
La morte di Mansouri è stata certificata alle 18.31 dai medici e dagli agenti intervenuti. Ora la procura aspetta i risultati delle analisi balistiche e delle perizie sui cellulari sequestrati. Nei prossimi giorni sono in programma nuove audizioni di testimoni e agenti presenti quella sera nel bosco di Rogoredo. La vicenda resta aperta su più fronti: dalla dinamica dello sparo ai possibili legami tra polizia e criminalità locale.










