Milano, 24 febbraio 2026 – Davanti al giudice per le indagini preliminari, nel carcere di San Vittore, l’assistente capo di polizia Carmelo Cinturrino ha ammesso di aver ucciso Abderrahim Mansouri a Rogoredo lo scorso 26 gennaio. “Quando ho visto che stava morendo, ho perso la testa”, ha detto Cinturrino durante l’interrogatorio, cercando di spiegare quei momenti che hanno segnato la sua vita e la sua carriera.
Cinturrino confessa: le parole durante l’interrogatorio
L’incontro con il gip Domenico Santoro è avvenuto in una stanza riservata del carcere, poco dopo le 10 del mattino. Cinturrino, 48 anni e in polizia da più di vent’anni, ha parlato a voce bassa, con frequenti pause. Il suo avvocato, Piero Porciani, ha raccontato che il poliziotto “ha ammesso le sue responsabilità e si è scusato con chi gli aveva dato fiducia”. Una confessione chiara, almeno sulla dinamica dell’omicidio. “Dovevo far rispettare la legge, invece ho sbagliato”, avrebbe detto Cinturrino al suo difensore. E ancora: “Chiedo scusa a tutti quelli che indossano la divisa: ho tradito la loro fiducia”.
Cosa è successo quella sera a Rogoredo
Dalle indagini della Squadra Mobile di Milano emerge che il 26 gennaio, in via Orwell, nel cosiddetto “boschetto della droga”, è scoppiata una lite tra Cinturrino e Mansouri, un marocchino di 32 anni. Le versioni sull’origine del litigio non coincidono del tutto: alcune fonti parlano di un controllo sugli spacciatori, altre di una reazione esagerata a una provocazione. Secondo la polizia scientifica, Mansouri è stato colpito con forza e lasciato a terra in fin di vita. Solo a quel punto – ha spiegato Cinturrino – si è reso conto di quello che aveva fatto.
Le accuse e le indagini in corso
Oltre all’omicidio volontario, Cinturrino è sospettato di aver chiesto soldi agli spacciatori in cambio di protezione. Lui ha negato con forza. “Ha escluso di aver chiesto il pizzo”, ha detto l’avvocato Porciani. Gli investigatori stanno analizzando alcune intercettazioni e testimonianze raccolte dopo l’arresto, ma per ora non ci sono prove certe. La Procura di Milano, guidata da Marcello Viola, mantiene il massimo riserbo.
Lo choc tra i colleghi e l’ambiente di lavoro
L’arresto ha lasciato tutti senza parole nel commissariato dove Cinturrino lavorava. “Non ci credevamo”, confida un collega davanti alla Questura di via Fatebenefratelli. “Era uno di noi, nessuno poteva immaginare una cosa del genere”. Anche i sindacati di polizia sono intervenuti. Il segretario lombardo del Siulp ha dichiarato: “Un episodio che getta ombre sull’intero corpo, ma non può cancellare il lavoro onesto della stragrande maggioranza degli agenti”. Intanto, in Questura si respira un’aria tesa e carica di incertezza.
Rogoredo, un quartiere al limite
Rogoredo è da anni uno dei quartieri più difficili di Milano, noto per spaccio e degrado. Il “boschetto”, una zona verde tra i binari e i palazzi popolari, è spesso teatro di scontri tra bande e interventi di polizia. “Qui la tensione è all’ordine del giorno”, racconta un residente di via Orwell. “Non passa giorno senza urla o sirene”. Ed è proprio in questo ambiente che si è consumata la tragedia tra Cinturrino e Mansouri.
Cosa succederà ora
Nei prossimi giorni il gip Santoro dovrà decidere se confermare la custodia cautelare. Intanto proseguono gli accertamenti tecnici e l’analisi dei tabulati telefonici. L’avvocato Porciani ha già annunciato che chiederà una perizia psichiatrica per il suo assistito: “Vogliamo capire se in quel momento fosse in grado di intendere e di volere”. Questa richiesta potrebbe cambiare il corso del processo.
Solo allora si potrà davvero capire cosa è successo quella sera a Rogoredo e quali responsabilità gravano non solo su un uomo in divisa, ma su un sistema chiamato a garantire sicurezza e legalità.










