Roma, 23 febbraio 2026 – Jeff Buckley, voce unica e figura fragile del rock mondiale, torna sotto i riflettori grazie a un nuovo docufilm che promette di svelare il lato più intimo e umano dell’artista. Il film, “It’s Never Over, Jeff Buckley”, diretto da Amy Berg e coprodotto da Brad Pitt, sarà proiettato come evento speciale nelle sale italiane il 16, 17 e 18 marzo, grazie a Nexos Studios. Un’occasione per i fan – e non solo – di ritrovare una leggenda scomparsa quasi trent’anni fa, ma ancora capace di parlare alle nuove generazioni.
Dietro il mito: il vero volto di Jeff Buckley
Amy Berg, già nota per il suo lavoro su Janis Joplin, ha scelto di scavare oltre la fama, puntando a mostrare l’uomo dietro il mito. Nel documentario parla per la prima volta Mary Guibert, madre di Jeff e custode della sua eredità artistica. Con lei, le compagne di vita Rebecca Moore e Joan Wasser, insieme ai musicisti Ben Harper, Michael Tighe e Parker Kindred. Le loro parole si intrecciano a immagini mai viste prima, foto private e riprese di concerti che hanno segnato la scena musicale di New York negli anni Ottanta e Novanta.
“La musica era mia madre, era mio padre”, confida Jeff in un’intervista ritrovata dalla regista. Una frase che racconta molto: una vita segnata dall’eredità pesante del padre, Tim Buckley, altro nome leggendario della musica americana, scomparso a soli 28 anni per un mix di alcol e droghe. Jeff lo incontrò tardi, ma quell’ombra lo accompagnò sempre.
“Grace”, l’album che ha cambiato tutto
Parlare di Jeff Buckley senza citare “Grace” è impossibile. Il suo unico album in studio, uscito nel 1994, ha lasciato un’impronta indelebile nel rock. Spesso inserito nelle classifiche dei migliori album di tutti i tempi, il disco mette in mostra una voce estesa su quattro ottave, capace di passare dal baritono al falsetto con una naturalezza sorprendente. “Quando ascolti la sua versione di Hallelujah di Leonard Cohen – racconta Ben Harper – sembra di sentire qualcosa che va oltre la musica”.
Buckley era un artista curioso e affamato di esperienze. Si racconta che a un concerto dei Led Zeppelin si arrampicò sull’impalcatura del palco solo per catturare l’energia della band. Nei suoi ascolti convivano mondi diversi: Nina Simone, Edith Piaf, Nusrat Fateh Ali Khan, Soundgarden. Tutti elementi che hanno contribuito a creare il suo universo musicale.
La fragilità dietro il talento
Il documentario di Amy Berg non si limita a celebrare il talento di Buckley. Racconta anche le sue paure, le insicurezze e la continua ricerca d’amore che lo hanno accompagnato fin dall’infanzia. Cresciuto dalla madre Mary, rimasta sola dopo una breve relazione con Tim Buckley, Jeff ha vissuto sempre in bilico tra il bisogno di essere riconosciuto e la paura di perdere la sua libertà artistica.
Dalle testimonianze raccolte emerge un uomo schiacciato dalle aspettative: quelle della casa discografica, del pubblico, degli amici. “Era in lotta con quello che gli altri si aspettavano da lui”, spiega Joan Wasser. Una pressione che lo portò a isolarsi a Memphis nel 1997, dove stava lavorando al suo secondo album in una villetta coloniale in affitto.
L’ultimo giorno sul Mississippi
Il 29 maggio 1997, Jeff Buckley morì annegato nel fiume Mississippi. Secondo la polizia locale, non c’era traccia di droga nel sangue, solo una birra bevuta poco prima. Aveva lasciato messaggi d’amore alla madre e alle compagne. “Non riesco ancora a parlarne senza piangere”, confessa Joan Wasser nel film.
La sua morte prematura lo ha trasformato in una leggenda. Ma come mostra il docufilm di Amy Berg, dietro quel mito c’era un ragazzo fragile, bisognoso di affetto e incapace di scendere a compromessi con se stesso.
Un’eredità che continua a vivere
A sessant’anni dalla nascita e quasi trent’anni dalla scomparsa, Jeff Buckley resta un punto fermo nella storia della musica contemporanea. La sua voce, potente e delicata insieme, continua a emozionare chi lo ascolta per la prima volta o chi torna a “Grace” dopo anni. Con “It’s Never Over”, Amy Berg regala uno sguardo nuovo su un artista che ha saputo trasformare la propria fragilità in arte. Forse è proprio questo il segreto della sua forza: parlare ancora oggi a chi si sente diverso, fuori posto o semplicemente umano.










