Milano, 19 febbraio 2026 – Arriva oggi nelle sale italiane “Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire”, il nuovo film di Gus Van Sant che riporta sul grande schermo una pagina di cronaca nera americana rimasta impressa nella memoria collettiva. Siamo nel 1977, a Indianapolis: Tony Kiritsis, un uomo qualunque, sequestra un dirigente di una società di mutui, lo lega a un fucile a canne mozze con un filo metallico e lo tiene in ostaggio per quasi tre giorni. Una storia vera, seguita in diretta da milioni di americani, che oggi torna a far parlare.
Il sequestro che ha cambiato la tv americana
Il film, scritto da Austin Kolodney e prodotto da Veronica Radaelli, racconta non solo il gesto disperato di Kiritsis (interpretato da Bill Skarsgård), ma anche il ruolo centrale dei media. “Era la prima volta che telecamere e giornalisti seguivano in diretta una situazione così tesa, minuto per minuto”, spiega Radaelli, produttrice brianzola da anni a Los Angeles. Il piccolo appartamento dove si barrica Kiritsis viene circondato da reporter e televisioni, mentre il pubblico assiste quasi in tempo reale alla trasformazione del sequestratore in una specie di anti-eroe.
La tensione cresce di ora in ora. Il dirigente ostaggio (Dacre Montgomery) resta legato a quel filo sottile tra la vita e la morte. “La sceneggiatura ci ha colpito subito – racconta Radaelli – era il momento giusto per riportare alla luce questa storia di provincia americana, dove il piccolo si ribella al sistema e lo mette in crisi”.
Gus Van Sant e il cast scelto al momento giusto
La produzione non è stata facile. “Abbiamo cercato a lungo il regista giusto”, confida Radaelli. Solo quando i tempi stringevano e i finanziatori spingevano, l’incontro casuale tra Cassian Elwes (produttore indipendente) e Van Sant alla Soho House di Los Angeles ha sbloccato tutto. “Cassian gli ha passato la sceneggiatura, Gus l’ha letta in una notte e ci ha richiamato subito: ‘Sono con voi, quando si parte?’”. Così, quasi all’improvviso, la troupe si è ritrovata pronta a girare.
Le riprese si sono svolte in 20 giorni a Louisville, Kentucky, durante un’ondata di freddo che non si vedeva da vent’anni. Solo un giorno è stato dedicato alle scene girate a Los Angeles, dove compare anche Al Pacino nei panni del padre della vittima e direttore della Meridian Mortgage Co. “Gus ha la sensibilità giusta per raccontare questi territori umani”, sottolinea la produttrice.
Un tuffo negli anni Settanta tra cronaca e fiction
Per ricreare l’atmosfera dell’epoca, il direttore della fotografia Arnaud Potier ha scelto di usare vere broadcast camera degli anni Settanta, adattate al digitale ma con le lenti originali. “Volevamo mantenere la grana e il feeling di quegli anni”, spiega Radaelli. Il risultato è un mix tra immagini d’archivio e scene ricostruite che restituisce la tensione e la confusione di quei giorni.
Non solo: nel montaggio compaiono anche fotografie di scena firmate dalla toscana Stefania Rosini. “Alla fine delle riprese abbiamo regalato a Gus un libro con le sue immagini. L’editor ci ha chiamato subito: ‘Le voglio tutte’. Così sono entrate nel racconto visivo del film”, aggiunge Radaelli.
Una storia che fa ancora riflettere
“Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire” non si limita a ricostruire un fatto di cronaca. Mette in gioco il rapporto tra individuo e sistema, tra media e realtà. E lo fa con uno sguardo che mescola tensione, umanità e una sottile critica sociale. “Kiritsis non era un eroe – precisa la produttrice – ma la sua vicenda ha costretto tutti a guardare in faccia certe contraddizioni”.
Il film arriva in Italia dopo aver suscitato interesse negli Stati Uniti. Eppure, come spesso succede con le storie vere, lascia aperte domande: fino a che punto la cronaca può diventare spettacolo? E chi decide dove sta il confine tra vittima e carnefice? Domande che, quasi cinquant’anni dopo quei fatti, restano senza risposta definitiva.










