Roma, 17 febbraio 2026 – Nell’inchiesta della Procura di Genova sui presunti finanziamenti dall’Italia ad Hamas, spunta il nome di Alessandro Di Battista, ex deputato del Movimento 5 Stelle. Non è indagato, ma le sue conversazioni sono finite nelle intercettazioni raccolte tra il 2023 e il 2025. Al centro dell’inchiesta ci sono figure come Mohammad Hannoun e il suo vice Sulaiman Hijazi, entrambi sotto la lente per i legami con la Abspp, l’associazione sospettata di convogliare soldi verso la Striscia di Gaza.
Di Battista nelle intercettazioni: cosa emerge
Negli atti della procura, appena resi noti, Hijazi viene definito “collaboratore” di Di Battista. In una telefonata del 5 marzo 2025, Hijazi si sfoga con un interlocutore: “Hannoun è uno che brucia chi gli sta intorno. Io te lo dico per esperienza… non gli importa niente se si bruciano quelli con lui”. Un passaggio che, per gli investigatori, mostra come fossero chiari i rischi legati al legame con Hannoun.
Il 20 marzo dello stesso anno, Hijazi parla con l’ex deputato M5s Davide Tripiedi della possibilità di coinvolgere Di Battista per sbloccare un milione di euro. Si tratta di fondi già raccolti, ma bloccati su un conto. “Hannoun vuole partire con un milione che ha già raccolto, ma è fermo su un conto… sta cercando di farlo passare tramite la Farnesina, però non è facile”, spiega Hijazi. Tripiedi replica: “Ma come fa Alessandro a trasferire un milione da un conto all’altro senza finire subito sotto la lente della Banca d’Italia?”. La conversazione procede tra dubbi e cautela, con Hijazi che insiste: “Sono soldi per aiuti umanitari a Gaza, con un progetto serio… e lui ha agganci lì”.
Ex 5 Stelle tra prudenza e dubbi
Dalle intercettazioni emerge una certa cautela tra gli ex parlamentari coinvolti. Tripiedi insiste sulla necessità di avere “una buona ragione” per muovere soldi così ingenti. Hijazi ammette i rischi: “Se andiamo con Hannoun, ci fa incontrare ‘i verdi’ (Hamas, ndr)… roba che sarà strumentalizzata da tutti… non si può muovere così… io non posso rischiare di essere espulso”.
In un’altra telefonata del primo dicembre 2023, Hijazi si sfoga con Di Battista sul blocco dei conti dell’associazione e lo invita a fare un passo indietro: “Lui è il problema”, dice chiaro e tondo. Di Battista risponde preoccupato delle conseguenze: “Non vorrei che oggi è lui il problema, domani diventi tu, o Abu Falastin”, riferendosi a Raed Dawoud, detenuto in regime di massima sicurezza con l’accusa di far parte della rete estera di Hamas.
Documentari e il racconto palestinese
Nella stessa conversazione, Di Battista parla dei suoi progetti: “Vorrei tanto che quelli del Fatto Quotidiano accettassero la mia idea di fare tre documentari… sui campi profughi palestinesi fuori dalla Palestina. Libano, Giordania, forse anche Siria… in un mese e mezzo sarebbe una bella cosa”. Un chiaro segno che l’ex deputato voleva restare in prima linea nel raccontare la questione palestinese, anche con un lavoro giornalistico.
Altri nomi nel mirino
Secondo quanto scritto da Il Giornale, anche la deputata Stefania Ascari viene definita “cara amica” nelle conversazioni tra Hijazi e altri. Il 21 gennaio scorso, Hannoun avrebbe confidato a un’operatrice umanitaria di voler coinvolgere proprio Di Battista e Ascari per provare a far muovere quei fondi bloccati.
Indagini in corso
Per ora, nessuno dei politici citati è indagato. Gli inquirenti stanno scavando nei legami tra la rete italiana della Abspp e i referenti palestinesi, con particolare attenzione ai flussi di denaro e ai modi con cui venivano raccolti i fondi. Fonti giudiziarie dicono che l’inchiesta è ancora aperta e ogni pezzo sarà valutato nel quadro più ampio dei rapporti tra associazioni italiane e realtà attive a Gaza.
L’attenzione resta alta sulle possibili ripercussioni politiche. Nel Movimento 5 Stelle, intanto, si respira un clima di prudenza e preoccupazione per eventuali strumentalizzazioni.










