Milano, 14 febbraio 2026 – Le imprese artigiane italiane hanno chiuso il 2025 sostanzialmente in pareggio, mantenendo il numero complessivo sopra quota 1,23 milioni. A dirlo sono i dati Unioncamere/Movimprese, diffusi ieri dalla Cna. Il saldo tra nuove aperture e chiusure, al netto delle cessazioni d’ufficio, si attesta a un modesto +187 unità. Un risultato che conferma la tendenza degli ultimi anni, ma non cancella il bilancio negativo sul lungo periodo: nell’ultimo decennio sono sparite circa 128mila imprese artigiane.
Artigianato in bilico: resiste nonostante la crisi globale
La Confederazione nazionale dell’artigianato sottolinea come il settore sia riuscito a reggere le difficoltà economiche e le tensioni internazionali del 2025. “L’artigianato italiano ha dimostrato di saper affrontare le fasi negative dell’economia”, si legge nella nota della Cna. Nonostante una domanda interna debole e i contrasti commerciali, il comparto ha tenuto, mantenendo risultati simili a quelli tra il 2021 e il 2024.
Il dato va inquadrato nel quadro più ampio dell’economia italiana, che ha chiuso l’anno con un saldo positivo di oltre 56mila imprese. L’artigianato, pur senza crescere, ha evitato cali pesanti.
Meno chiusure, più stabilità: i numeri che spiegano la tenuta
Dai dati Unioncamere/Movimprese emerge un punto chiave: la tenuta dell’artigianato deriva soprattutto dalla riduzione delle chiusure. Nel 2025, le cessazioni sono state poco sopra le 79mila, un netto calo rispetto alla media annua di oltre 105mila tra il 2009 e il 2020.
Nei momenti più duri della crisi economica, tra il 2012 e il 2014, il saldo era pesantemente negativo: -27mila nel 2013 e oltre -20mila negli anni vicini. La forte presenza in settori come la manifattura e le costruzioni, particolarmente sensibili alle oscillazioni economiche, aveva aggravato la situazione per le imprese artigiane.
Oggi il quadro è cambiato. “La diminuzione delle chiusure indica che gli artigiani hanno imparato a cavarsela anche in tempi difficili”, spiegano dalla Cna. Nonostante la dimensione ridotta e un ruolo spesso marginale nelle filiere guidate da grandi gruppi, gli artigiani italiani sembrano aver rafforzato la loro struttura.
Un decennio duro, ma la sfida continua
Il bilancio positivo del 2025 non cancella però la tendenza negativa degli ultimi dieci anni. Dal 2015 a oggi, sottolinea la Confederazione, sono scomparse circa 128mila imprese artigiane. A pagare il prezzo più alto sono state le realtà più piccole e meno strutturate, spesso lontane dai grandi centri e radicate nei settori tradizionali.
Eppure, negli ultimi anni, si è vista una sorta di “resilienza conquistata”. Le imprese che hanno superato crisi come la recessione globale e la pandemia sembrano oggi più pronte ad affrontare nuove sfide. “Abbiamo imparato a diversificare e a innovare”, racconta Marco Bianchi, titolare di una piccola falegnameria a Bergamo. “Non è facile, ma chi resta in piedi lo deve al fatto di aver cambiato strada”.
2026: tra prudenza e speranze
Il futuro resta però incerto. Le tensioni internazionali – dalla guerra in Ucraina ai problemi sui mercati energetici – continuano a pesare sulle aspettative degli artigiani. La Cna sottolinea l’importanza di sostenere la domanda interna e facilitare l’accesso al credito, per evitare nuove ondate di chiusure.
Intanto, nelle botteghe di tutta Italia, la parola d’ordine è una sola: resistere. Con qualche speranza in più rispetto al passato, ma senza illusioni. Perché il tessuto dell’artigianato italiano, pur mostrando segnali di solidità, resta fragile davanti ai grandi cambiamenti dell’economia mondiale.










