Brescia, 11 febbraio 2026 – Dopo vent’anni di precariato nella scuola pubblica, un professore di religione ha ottenuto dal Tribunale di Brescia un risarcimento pari a 18 mensilità. La sentenza, arrivata in questi giorni, è la prima in Lombardia a far valere la decisione della Corte di Cassazione n. 30779 del 23 novembre 2025, che ha stabilito nuovi limiti alla durata dei contratti a termine nella scuola. A seguire il caso, per la Cisl Scuola, è stato l’avvocato Gianluca Trombadore. Il docente, che ha scelto di restare anonimo, ha raccontato la sua storia.
Quando il contratto a termine supera il limite: la parola al tribunale
La vicenda ruota attorno ai contratti a tempo determinato che il professore ha firmato dal 2006-2007 fino a oggi. Il giudice li ha giudicati “abusivi” perché hanno superato il limite massimo di tre anni, indicato dalla giurisprudenza come il tempo massimo consentito per un impiego a termine senza passare per un concorso. Una questione che, come spiega l’avvocato Trombadore, “coinvolge centinaia di insegnanti in Lombardia e migliaia in tutta Italia”.
La sentenza del tribunale di Brescia arriva in un momento in cui il tema è molto caldo a livello nazionale, dopo anni di ricorsi e attese. Solo lo scorso novembre, la Cassazione aveva chiarito che rinnovare più volte contratti a termine senza prospettive di assunzione è contrario alle direttive europee e ai diritti dei lavoratori. “È un primo passo importante – commenta una fonte sindacale – ma la strada verso la stabilizzazione è ancora lunga”.
Venti anni tra supplenze e incertezze
Il docente, poco più che cinquantenne, racconta di aver iniziato a insegnare nel 2006-2007. “All’inizio giravo tra diverse scuole, poi per fortuna sono rimasto in una sola”, dice. Il contratto, sempre fino al 31 agosto, gli ha evitato la disoccupazione estiva, tranne che nei primi due anni. Però la stabilità non è mai arrivata: “Non sono mai stato assunto in ruolo. Ho fatto il concorso straordinario lo scorso anno, ma sono ancora in lista d’attesa”.
Le difficoltà non sono state solo lavorative. “Ottenere un mutuo per la casa è stato complicato”, confida il professore. “La banca chiedeva garanzie che non avevo. Solo grazie a una banca cooperativa ce l’ho fatta”. A pesare anche i diritti economici: “Per cinque anni non ho potuto usufruire del bonus docenti da 500 euro all’anno, perché i precari erano esclusi”.
Non solo soldi: il precariato limita anche i ruoli
Il problema non è solo economico. Essere precari significa anche non poter accedere a certi incarichi e responsabilità. “Alcuni ruoli si possono ricoprire solo con un contratto a tempo indeterminato”, spiega il docente. “In una scuola dove lavoravo avrei potuto insegnare nuove tecnologie, ma non potevo essere l’animatore digitale, anche se ho svolto quel ruolo”.
Il peso psicologico è alto. “Non avere una certezza non è facile”, ammette. “E c’è anche un danno d’immagine: gli insegnanti non godono di grande considerazione, figuriamoci se sei precario”.
Risarcimento riconosciuto, ma la battaglia continua
Il tribunale ha deciso di riconoscere al professore un risarcimento di 18 mensilità. Un segnale importante per molti docenti nella stessa condizione. Ma la vicenda potrebbe non essere chiusa: “Il Ministero può fare ricorso in appello e probabilmente lo farà”, osserva l’insegnante. “E i tempi per il pagamento saranno lunghi, non mi illudo”.
Per ora, però, resta la soddisfazione per una sentenza che apre una porta anche ad altri colleghi. “Sono contento – dice – per me e per tanti che vivono questa situazione”. In attesa che la giustizia faccia il suo corso e che le istituzioni trovino una soluzione definitiva al problema del precariato nella scuola.










