Tunisi, 31 gennaio 2026 – Il ciclone mediterraneo “Harry” che ha investito le coste della Tunisia tra il 19 e il 20 gennaio non ha portato solo danni e allagamenti. Dietro la forza delle mareggiate e delle piogge si è nascosta una sorpresa: la riscoperta di strutture archeologiche sepolte per secoli sotto la sabbia. A farne le spese, o meglio, a rivelarsi agli occhi degli esperti, è stato in particolare il governatorato di Cap Bon, lungo la costa tra Néapolis (Nabeul) e Kélibia. Un ritrovamento che potrebbe riscrivere qualche pagina della storia antica del Mediterraneo.
Ciclone Harry: la furia del mare che ha cambiato la costa tunisina
Nella notte tra il 19 e il 20 gennaio, il ciclone ha travolto la costa nord-orientale della Tunisia con una violenza inaspettata. Le onde, stando alle prime stime dell’Istituto nazionale del Patrimonio tunisino (Inp), hanno superato i 12 metri di altezza. In poche ore, la forza del mare ha eroso ampi tratti di spiaggia, facendo emergere blocchi, colonne e resti di muri. Le foto di questi reperti, pubblicate sui social fin dalla mattina del 20 gennaio, hanno subito catturato l’interesse di cittadini e studiosi. “Qui non abbiamo mai visto niente di simile”, ha raccontato un residente di Sidi Mahrsi, una delle località più colpite dal ciclone.
Dove sono emersi i tesori nascosti
Le aree più coinvolte sono la spiaggia di Sidi Mahrsi, i dintorni del sito di Néapolis e la zona vicino a Kerkouane, soprattutto nell’area di Hammam Ghezèze, tra Demna e Oued El Ksab. Alcuni ritrovamenti sono stati segnalati anche vicino a Mahdia. Secondo i primi rilievi riportati dai media locali, a Sidi Mahrsi sono riaffiorati muri che potrebbero appartenere a vecchie case o forse a complessi termali. Nei pressi di Néapolis, gli archeologi stanno cercando di capire se alcune strutture siano cisterne o impianti per la lavorazione e la salagione del pesce. In passato, proprio in questa zona, erano già state trovate tracce di installazioni legate alla produzione di garum, la famosa salsa di pesce fermentata molto usata nell’antichità.
Interventi urgenti per proteggere i reperti
L’Inp ha subito messo in moto operazioni d’emergenza lungo la costa di Nabeul. Squadre di archeologi e tecnici hanno iniziato a ispezionare e documentare con cura i resti emersi. Sul posto, per garantire sicurezza, sono intervenuti reparti della Garde nationale, la polizia ambientale e la guardia marittima. “La priorità è salvaguardare i reperti”, ha spiegato un funzionario dell’Inp. Già nelle prime ore dopo la tempesta, la curiosità della gente è stata tanta, tanto che si sono registrati anche tentativi di rubare materiali archeologici. Fonti locali riferiscono che nella zona di Demna e Oued El Ksab ci sono stati alcuni arresti per furto, mentre sono arrivate smentite ufficiali su presunti furti nel museo di Kerkouane.
Un patrimonio fragile sotto assedio
La comparsa improvvisa di questi resti archeologici riporta sotto i riflettori la fragilità del patrimonio costiero tunisino, sempre più minacciato dall’erosione. Eventi estremi come il ciclone Harry peggiorano una situazione che va avanti da anni. Particolarmente a rischio è l’area di Kerkouane, riconosciuta come sito Unesco: qui le onde possono mettere in pericolo testimonianze uniche della civiltà punica.
Cosa ci aspetta: tutela e studi approfonditi
Ora l’Inp vuole completare la mappa dei punti emersi dopo la tempesta, distinguendo tra siti già noti e nuovi ritrovamenti. Gli archeologi avvertono che è presto per dare una data precisa o attribuire con certezza i reperti: serviranno altri studi, una volta che il mare sarà più calmo. Sono già in programma controlli più stretti, recinzioni nelle zone sensibili e approfondimenti in collaborazione con le autorità locali.
“Questa scoperta ci ricorda quanto sia fragile il nostro patrimonio”, ha detto uno dei ricercatori impegnati sul campo. E proprio da eventi come questo può nascere una nuova consapevolezza sull’importanza di proteggere le coste del Mediterraneo.










