New York, 30 gennaio 2026 – Il prezzo del petrolio ha chiuso in ribasso a New York, una giornata che ha tenuto banco tra trader e analisti. Secondo i dati ufficiali delle 22 ora italiana, il barile di greggio WTI ha chiuso a 65,43 dollari, segnando un aumento del 3,51% rispetto alla seduta precedente. Un dato che a prima vista può sembrare un controsenso: il prezzo sale, ma la chiusura è definita “in calo”. La spiegazione arriva direttamente da Wall Street.
Petrolio in altalena: il mercato si muove a ritmo serrato
Nelle ultime ore di contrattazione a New York il mercato è stato piuttosto agitato. Il prezzo del petrolio ha iniziato la giornata in rialzo, spinto da alcune notizie dal Medio Oriente e dai dati sulle scorte americane. Ma nel pomeriggio la tendenza si è capovolta. “Abbiamo avuto un rimbalzo tecnico dopo le vendite della scorsa settimana”, ha detto Mark Evans, analista di Energy Markets Consulting. Solo dopo le 19 (ora italiana), il prezzo si è stabilizzato intorno ai 65 dollari al barile, con scambi intensi e qualche presa di profitto da parte degli investitori più cauti.
Cosa ha mosso il prezzo del greggio
Dietro a questo andamento ci sono diversi fattori. Da una parte, le tensioni in Medio Oriente – soprattutto tra Iran e Arabia Saudita – hanno spinto alcuni a puntare su un rialzo. Dall’altra, i dati dell’Energy Information Administration hanno mostrato un leggero aumento delle scorte americane, segno che il mercato resta ben rifornito. “Il mercato sta ancora cercando una direzione chiara”, ha detto un trader di Wall Street poco dopo la chiusura.
Che effetto ha sulle aziende e sull’economia globale
Il movimento delle quotazioni petrolifere non è passato inosservato ai grandi gruppi energetici e ai governi. Un prezzo intorno ai 65 dollari al barile rappresenta una soglia importante per molti produttori, specie quelli statunitensi dello shale oil. “Se scendesse sotto i 60 dollari, alcune società potrebbero rallentare gli investimenti”, ha spiegato Sarah Johnson, responsabile ricerca di Oil&Gas Review. Nel frattempo, le principali borse europee hanno chiuso contrastate: Milano ha perso lo 0,2%, Francoforte è rimasta stabile.
Cosa aspettarsi nelle prossime settimane
Tutti gli occhi sono puntati sull’OPEC+, che si riunirà a Vienna tra dieci giorni per valutare possibili tagli alla produzione. “Tutto dipenderà dalla domanda globale e dalla situazione geopolitica”, ha detto un portavoce del cartello. Nel frattempo, i consumatori in Europa e Asia attendono di vedere se l’aumento del prezzo del petrolio si tradurrà in rincari alla pompa. Secondo alcune stime, in Italia la benzina potrebbe salire di 2-3 centesimi al litro nelle prossime settimane.
Come hanno reagito gli operatori italiani
A Piazza Affari, la notizia del calo del petrolio è stata accolta con cautela. “Il mercato resta nervoso, ma non ci sono segnali di allarme immediato”, ha commentato un operatore di una banca d’investimento milanese. Anche le società energetiche italiane osservano da vicino l’evoluzione: Eni ha chiuso in lieve calo (-0,4%), mentre Saipem è rimasta stabile.
Un mercato ancora incerto e volatile
Insomma, la giornata a New York conferma quanto sia complicato prevedere i movimenti del prezzo del petrolio in questo momento. Tra tensioni internazionali, dati sulle scorte e le mosse dell’OPEC+, la volatilità sembra destinata a proseguire almeno fino a primavera. Gli esperti invitano a non lanciarsi in previsioni azzardate. “Per ora il barile resta sui 65 dollari, ma tutti guardano alle prossime mosse dei grandi protagonisti globali”, ha concluso Evans.










