Roma, 30 gennaio 2026 – «Quante Niscemi dovranno ancora succedere in un Paese dove il 9,5% del territorio è a rischio alto o altissimo di frane prima che si capisca davvero l’urgenza di un piano straordinario per la manutenzione del territorio?». La domanda, diretta e senza giri di parole, arriva da Francesco Vincenzi, presidente di Anbi, l’associazione nazionale dei consorzi per la gestione e tutela del territorio e delle acque irrigue. È il giorno dopo l’ennesima frana che ha colpito la Sicilia. Si tratta di una faglia lunga quattro chilometri nel territorio di Niscemi, in provincia di Caltanissetta, l’ultimo episodio di una lunga serie che mette in luce la fragilità idrogeologica del nostro Paese.
Rischio idrogeologico: 8 milioni di italiani in bilico
I dati di Anbi parlano chiaro: sono circa 8 milioni gli italiani che vivono in zone a rischio idrogeologico. Di questi, 1,28 milioni sono esposti a frane, mentre 6,8 milioni a possibili alluvioni. Una situazione che si ripete dal Nord al Sud, con emergenze che si presentano ogni anno senza sosta. «Negli ultimi tre anni – ha ricordato Vincenzi – quasi 7.600 località italiane hanno subito tornado, piogge torrenziali e grandinate pesanti». Fenomeni che, secondo l’associazione, non possono più essere considerati eccezioni.
Niscemi, il simbolo di un’Italia fragile
La frana a Niscemi è diventata per Anbi il simbolo di un’Italia “fragile e impreparata” davanti all’aumento estremo dei fenomeni meteorologici. La faglia di quattro chilometri ha danneggiato case e infrastrutture, costringendo alcune famiglie a lasciare le proprie abitazioni. I tecnici della Protezione Civile sono intervenuti già nelle prime ore del mattino. Il sindaco Massimiliano Conti ha parlato di una “situazione critica, ma sotto controllo”. Tuttavia, la paura tra i residenti non accenna a diminuire: «Qui basta una notte di pioggia per stare con il fiato sospeso», racconta un abitante.
Resilienza e adattamento: la ricetta di Anbi
Per Vincenzi e il suo team la soluzione non è solo tecnica, ma soprattutto culturale. «Resilienza e adattamento alla crisi climatica devono diventare la guida di ogni scelta, sia personale che politica», ha detto il presidente. Un messaggio ribadito anche da Massimo Gargano, direttore generale di Anbi: «Stiamo vivendo in un continuo stato di emergenza. La sicurezza idrogeologica è il primo passo per qualsiasi progetto di sviluppo del Paese».
Un territorio fragile e sovraccarico
L’Italia è un Paese “morfologicamente fragile”, spiega Gargano: il 75% del territorio è collinare o montano, quindi naturalmente più soggetto a instabilità, soprattutto quando piove. A questa fragilità si somma “l’aumento costante delle aree urbanizzate”, spesso costruite proprio in zone a rischio. «Non è raro – aggiunge Gargano – che si costruisca dove sarebbe meglio non farlo». Questo problema riguarda tanto i piccoli paesi quanto le grandi città.
Prevenzione civile: il vero cambio di passo
Per Anbi, il vero cambiamento passa dall’“affermare il concetto di prevenzione civile”. Non basta intervenire solo dopo il disastro. Serve una strategia a lungo termine, fatta di manutenzione continua, controlli costanti e investimenti mirati. «È un salto culturale che dobbiamo compiere come società», conclude Gargano. Solo così si potrà davvero garantire la sicurezza di chi vive nelle zone più vulnerabili.
Nel frattempo, a Niscemi come in tante altre parti d’Italia, la vita resta sospesa tra la paura e la speranza che la prossima pioggia non faccia altri danni. Gli amministratori locali chiedono a gran voce: «Servono risorse e un vero piano nazionale». Perché ogni nuova frana riapre sempre la stessa domanda: quante Niscemi dovranno ancora succedere?










