Park City (Utah), 28 gennaio 2026 – Salman Rushdie è tornato a raccontare quello che gli è successo il 12 agosto 2022, quando è stato aggredito a Chautauqua, New York, durante un incontro letterario. Lo ha fatto davanti al pubblico del Sundance Film Festival, in occasione della prima mondiale di “Knife: The Attempted Murder of Salman Rushdie”, un documentario firmato dal premio Oscar Alex Gibney che ripercorre quei drammatici momenti e il lungo percorso di ripresa dello scrittore.
L’attacco, il panico e il coraggio del pubblico
Intervistato dal critico Justin Chang durante uno degli appuntamenti di Cinema Café, Rushdie ha rivissuto quei minuti concitati. “Quando sono stato colpito, ho visto prima il peggio dell’umanità, nella figura del mio aggressore. Poi, forse, anche il meglio: i primi a salvarmi la vita sono stati gli spettatori”, ha raccontato. Alcune persone dalla platea si sono gettate sul palco per bloccare l’assalitore, fermandolo prima che potesse fare altri danni. “Mi hanno dato un primo soccorso fondamentale”, ha aggiunto lo scrittore, sottolineando quanto sia stata decisiva la prontezza di chi era lì.
L’attentatore, Hadi Matar, allora ventiquattrenne californiano di origini libanesi e radicalizzato, ha lasciato segni profondi: Rushdie ha perso la vista da un occhio e l’uso della mano sinistra. Il documentario di Gibney, arricchito da immagini mai viste prima girate dalla moglie di Rushdie, la fotografa e poetessa Rachel Eliza Griffiths, si concentra proprio sulla dura battaglia per tornare a vivere, sia fisicamente che dentro.
Il film e il diario di una rinascita
“Knife: The Attempted Murder of Salman Rushdie” nasce quasi in parallelo a “Coltello: Meditazioni dopo un tentato assassinio” (Mondadori, 2024), il memoriale scritto dallo stesso Rushdie. Il documentario mescola testimonianze dirette, filmati d’archivio e le riprese private della Griffiths, offrendo uno sguardo intimo sulla sofferenza e la forza dello scrittore. Gibney, noto per i suoi lavori d’inchiesta, ha scelto di soffermarsi non solo sull’attentato, ma anche sulle sue conseguenze psicologiche e sulla capacità di Rushdie di superare il trauma.
Durante la chiacchierata al Sundance, Rushdie ha spiegato perché ha deciso di raccontare la sua storia: “Scrivere un libro o fare un film serve anche a questo, a far riaffiorare nella mente delle persone qualcosa che per loro ha un significato”. Un messaggio diretto a chi ha vissuto esperienze difficili e cerca una strada per elaborarle.
Tra violenza e tensioni sociali
Rushdie non si è fermato al racconto personale. Ha allargato lo sguardo al mondo che ci circonda. “Viviamo in un’epoca sempre più divisa”, ha detto. Nel corso dell’incontro ha citato episodi di violenza legati alle forze dell’ordine americane, soffermandosi sull’azione dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement). “La Polizia di New York si è ritrovata a fronteggiare l’ICE, che sembra un esercito privato di gangster… Chi l’avrebbe mai detto che avremmo finito per applaudire la polizia per questo”, ha commentato con un sorriso amaro.
Le tensioni sociali negli Stati Uniti – dalle proteste contro le politiche sull’immigrazione alle accuse di abusi – si intrecciano con la sua storia personale. “Stiamo assistendo a violenze incredibili”, ha detto. “Spero che la mia esperienza possa aiutare altri a mettere a fuoco i propri traumi”.
Un pubblico partecipe e il valore della memoria
La presentazione al Sundance è stata accolta con grande attenzione e rispetto. In sala, si sentiva un silenzio carico di emozione: c’era chi prendeva appunti, chi ascoltava in silenzio. Rachel Eliza Griffiths, seduta nelle prime file, seguiva ogni parola del marito senza distogliere lo sguardo. Al termine, molti si sono avvicinati a stringere la mano a Rushdie o a ringraziarlo.
Il documentario di Gibney, insieme al libro di Rushdie, vuole essere uno spunto per riflettere sulla libertà di parola, sulla violenza politica e sulla forza di chi resiste. Una storia che parte da un fatto personale ma arriva a interrogare tutti noi.
Rushdie lo ha detto chiaramente: “Spero che questa storia possa servire a qualcosa. Solo così tutto questo dolore avrà avuto un senso”.










