Park City (Utah), 25 gennaio 2026 – Sul tappeto rosso del Sundance Film Festival, davanti a una folla di fotografi e giornalisti da tutto il mondo, Natalie Portman non si è limitata a parlare di cinema. Durante la presentazione del suo nuovo film, “The Gallerist”, l’attrice ha preso posizione con forza contro le recenti politiche migratorie dell’amministrazione Trump. Ha puntato il dito contro il presidente, la segretaria alla sicurezza interna Kristi Noem e l’agenzia federale ICE. “Quello che stanno facendo ai nostri cittadini e alle persone senza documenti è scandaloso e deve finire”, ha detto, con voce decisa, mentre la sala stampa si faceva silenziosa per ascoltare.
Natalie Portman sfida le politiche migratorie di Trump
La presenza di Natalie Portman al festival ha subito attirato l’attenzione, ma è stata la sua dura presa di posizione a catturare tutti gli sguardi. Già conosciuta per il suo impegno civile, l’attrice ha scelto proprio il palco del Sundance – uno dei festival più seguiti da addetti ai lavori e pubblico americano – per denunciare le misure del governo sull’immigrazione. Secondo Portman, l’operato dell’ICE, sostenuto dalla segretaria Noem, colpisce non solo i migranti senza documenti, ma anche cittadini americani. “Non possiamo restare in silenzio davanti a queste ingiustizie”, ha aggiunto, mentre alcuni tra il pubblico annuivano.
Olivia Wilde parla del caso Alex Pretti
Non è stata solo Portman a prendere la parola. Sullo stesso tappeto rosso, Olivia Wilde, regista e attrice in gara con “The Invite”, ha commentato un tema molto caldo. Rispondendo a una domanda sulla recente uccisione di Alex Pretti, Wilde ha definito l’episodio “incomprensibile”. “Forse abbiamo un governo che in qualche modo cerca di giustificarlo, ma noi americani non lo accettiamo”, ha detto la regista, suggerendo un clima di crescente sfiducia nelle istituzioni federali. Il caso Pretti – come riportato dal Guardian – ha scosso l’opinione pubblica americana nelle ultime settimane, alimentando il dibattito sulla sicurezza e sul ruolo delle forze dell’ordine.
Sundance, più di un festival: un palco per la politica
Fondato da Robert Redford e arrivato alla sua quarantesima edizione, il Sundance Film Festival si conferma non solo come vetrina per il cinema indipendente, ma anche come luogo di confronto politico e sociale. A Park City si respira un’aria tesa: tra proiezioni e incontri con registi, molti artisti hanno deciso di usare la loro visibilità per lanciare messaggi chiari su temi come i diritti civili, la libertà di espressione e la gestione dell’immigrazione. “Il cinema può essere uno strumento potente per raccontare la realtà e denunciare le ingiustizie”, ha detto un giovane regista texano fuori dalla sala principale, mentre una piccola folla lo ascoltava.
Tra gli artisti si accende il dibattito
Le parole di Portman e Wilde hanno fatto rumore tra colleghi e spettatori. Alcuni attori hanno espresso solidarietà, altri hanno preferito restare in silenzio. “Esporsi in questo momento non è facile”, ha ammesso una produttrice californiana, “ma chi ha voce deve usarla”. Intanto, fuori dal festival, i commenti delle due attrici hanno fatto il giro dei principali media americani e internazionali. Fonti vicine all’organizzazione hanno confermato che il Sundance non prevede dichiarazioni ufficiali in merito.
Il dibattito va oltre il festival
Mentre le luci del festival continuano a illuminare le nuove uscite cinematografiche, il confronto sulle politiche migratorie e sulla violenza delle istituzioni sembra destinato a durare ben oltre Park City. Le parole di Natalie Portman e Olivia Wilde – raccolte dai cronisti presenti – hanno già acceso discussioni sui social e nelle redazioni dei grandi quotidiani. In un’America divisa, anche il cinema diventa un terreno di scontro. E il Sundance, ancora una volta, si conferma uno specchio fedele delle tensioni che attraversano il Paese.










