Firenze, 23 gennaio 2026 – La Corte d’appello di Firenze ha condannato nove agenti della polizia penitenziaria per il reato di tortura in relazione a due episodi di violenza avvenuti nel carcere di Sollicciano tra il 2018 e il 2020. La sentenza, pronunciata ieri pomeriggio nell’aula al piano terra del Palazzo di Giustizia, prevede pene che vanno da 5 anni e 4 mesi fino a 3 anni e 4 mesi di carcere. Al centro del processo ci sono stati due pestaggi: un detenuto marocchino e un recluso italiano, entrambi finiti in ospedale per le ferite subite.
Le prove che non lasciano dubbi
I giudici si sono basati sulle immagini delle telecamere interne e su intercettazioni ambientali raccolte nel carcere. Questi elementi si sono rivelati decisivi in appello. In una registrazione, un agente diceva: “Gli hanno dato delle mazzate talmente forti che gli hanno rotto due costole”. In un’altra conversazione informale, un collega commentava: “Quello era secco come un tavolo, può essere che quando gli stai sopra con le ginocchia… ci sta che gliele sfondi due costole”.
Grazie a queste registrazioni, gli inquirenti hanno potuto ricostruire con precisione cosa è successo nei corridoi e nelle celle di Sollicciano. Il primo episodio risale al 2018, quando il detenuto marocchino riportò la frattura di due costole. Nel 2020, invece, un altro recluso italiano subì la perforazione di un timpano durante un’aggressione.
Le accuse e la svolta in appello
La Procura aveva contestato ai poliziotti penitenziari i reati di tortura, falso e calunnia. In primo grado, però, il reato più grave era stato ridotto a lesioni personali e le accuse di falso e calunnia erano cadute. Solo in appello, con l’analisi più approfondita delle prove video e audio, la Corte ha riconosciuto la tortura.
La condanna più pesante è toccata all’ispettrice: 5 anni e 4 mesi. Per gli altri otto agenti, le pene vanno da 4 anni e 4 mesi a 3 anni e 4 mesi. La difesa ha già annunciato ricorso in Cassazione.
Le reazioni a caldo: un segnale e una protesta
All’uscita dall’aula, l’avvocato della parte civile, che rappresenta uno dei detenuti aggrediti, ha parlato di “un segnale importante per la tutela dei diritti umani nelle carceri italiane”. Secondo il legale, la sentenza “mette in luce la gravità dei fatti e la necessità di garantire trasparenza e legalità anche dentro gli istituti penitenziari”.
Sul fronte opposto, i sindacati della polizia penitenziaria hanno espresso preoccupazione. Il Sappe, in una nota diffusa in serata, ha parlato di una decisione che rischia di “gettare discredito sull’intero corpo” e ha chiesto “più attenzione alle condizioni di lavoro degli agenti”, sottolineando le difficoltà quotidiane in carceri sovraffollate come Sollicciano.
Sollicciano, un carcere sotto pressione
Il penitenziario fiorentino di Sollicciano è da tempo al centro delle polemiche per le sue condizioni difficili e il sovraffollamento. Secondo gli ultimi dati del Ministero della Giustizia (dicembre 2025), ospita circa 800 detenuti, mentre i posti disponibili sono poco più di 500. Negli ultimi anni, associazioni e garanti dei detenuti hanno segnalato numerosi episodi di violenza e problemi igienico-sanitari.
Questa sentenza arriva in un momento delicato per il sistema carcerario italiano. Solo poche settimane fa, il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà ha denunciato “un aumento degli episodi critici” nelle carceri toscane.
Il futuro del caso: si va in Cassazione
Ora per i nove agenti condannati si apre la strada del ricorso in Cassazione. La difesa punta a far riesaminare la sentenza, mettendo in dubbio sia la qualificazione dei fatti sia la validità delle prove raccolte. Intanto, il caso Sollicciano riapre il dibattito sulle riforme necessarie nelle carceri italiane e sulla formazione degli agenti penitenziari.
Certo è che, per la prima volta a Firenze, una corte ha riconosciuto la tortura come reato commesso da pubblici ufficiali dentro un carcere. Un precedente che potrebbe avere ripercussioni anche su altri processi aperti in Toscana e nel resto d’Italia.










