Lo “Smarter Hiring Report” di Indeed e YouGov fotografa un cambio netto: l’equilibrio vita-lavoro supera la RAL. Ma le aziende, spesso, raccontano ancora un’altra storia.
Per anni la domanda sembrava semplice: “Quanto pagate?”. Oggi, sempre più spesso, è diventata: “Come si vive qui dentro?”. È uno dei segnali più chiari che arrivano dallo “Smarter Hiring Report” realizzato da Indeed con YouGov: in Italia il 40% dei candidati considera l’equilibrio tra vita privata e lavoro il criterio decisivo nella scelta di un’offerta. Lo stipendio base, pur restando centrale, scende al secondo posto (26%).
Dietro questa inversione, come riferisce anche alanews.it, c’è una trasformazione culturale: il lavoro non è più soltanto reddito, ma contesto. Orari, carichi, flessibilità, confini tra reperibilità e tempo personale: sono queste le variabili che, nella testa di molte persone, fanno la differenza tra un “sì” convinto e un “grazie, passo”.
E non è un dettaglio generazionale riducibile ai luoghi comuni. Il punto è più ampio: dopo anni di accelerazioni (pandemia, smart working improvvisato, burnout normalizzato), l’asticella delle aspettative si è spostata. Non verso il “lavorare meno”, ma verso il “lavorare meglio”.
Il paradosso: le aziende comunicano altro
Il dato interessante, però, è il corto circuito tra ciò che cercano i candidati e ciò che mettono in vetrina molte aziende. Se quasi metà delle persone punta sul benessere, solo una minoranza di datori di lavoro lo promuove come elemento chiave nelle proprie offerte. Al contrario, le imprese continuano spesso a spingere su crescita professionale e avanzamento, che per i candidati rimangono importanti ma non prioritari.
È una disconnessione “di marketing”, prima ancora che di sostanza. Perché anche quando esistono politiche di flessibilità, supporto, organizzazione più sana, non sempre vengono raccontate con chiarezza. E nel mercato attuale il non detto pesa quasi quanto il detto: se non lo scrivi, non esiste.
Cultura aziendale, il grande punto cieco prima del colloquio
C’è poi un altro elemento che complica tutto: capire davvero “che aria tira” prima di candidarsi. Una parte dei candidati dichiara difficoltà nel comprendere la cultura aziendale in fase preliminare, cioè quando si legge un annuncio e si prova a intuire se quel posto è compatibile con la propria vita reale.
E qui si gioca una partita decisiva: la cultura non è una pagina “Chi siamo”, ma il modo in cui si gestiscono priorità, urgenze, feedback, errori, ferie, confini. Se l’offerta è una vetrina patinata e il colloquio un monologo, il rischio è che l’incontro avvenga troppo tardi: quando la scelta è già stata fatta e l’eventuale disallineamento diventa costoso per tutti.
Cosa cambia per chi cerca lavoro (e per chi assume)
Per chi cerca lavoro, questa svolta rende legittima una domanda che fino a poco tempo fa sembrava “pretenziosa”: quali sono le regole non scritte? Quali sono gli orari reali? Che cosa succede quando si stacca? Qual è il confine tra autonomia e abbandono?
Per chi assume, la conseguenza è immediata: non basta offrire, bisogna spiegare. E farlo in modo verificabile: processi, flessibilità, carichi, strumenti, modelli di gestione. Perché oggi il benessere non è un benefit “carino”: è la condizione che determina se una persona resta, cresce e rende sostenibile il lavoro nel tempo.










