Berlino, 20 gennaio 2026 – Jafar Panahi, il celebre regista iraniano conosciuto in tutto il mondo, ha aperto a sorpresa la 38ª edizione degli European Film Awards a Berlino con un appello forte e diretto contro la repressione in atto nel suo Paese. Di fronte a una platea piena di cineasti e professionisti del settore, Panahi ha scelto di rompere il protocollo. Ha raccontato, senza giri di parole, la difficile situazione che da settimane scuote l’Iran. “Negli ultimi quindici giorni – ha detto dal palco – il mio Paese sta vivendo uno dei momenti più importanti e decisivi della sua storia”.
Panahi: “Un popolo in strada per la libertà”
Il regista, candidato agli Oscar europei per “Un Semplice Incidente” nelle categorie miglior film, regia e sceneggiatura, ha dipinto un quadro drammatico. “Un popolo, a mani nude, è sceso in piazza per riprendersi il diritto di vivere e per gridare ancora una volta il nome della libertà”, ha spiegato Panahi, visibilmente commosso. Secondo lui, il governo iraniano ha risposto alle proteste con “una violenza senza precedenti, una strage che non si può accettare”.
Le cifre che circolano sono agghiaccianti: si parla di almeno 12mila morti in 48 ore, secondo attivisti e fonti indipendenti. “Prima hanno soffocato ogni respiro – ha aggiunto Panahi – bloccando internet, telefoni, ogni comunicazione con l’esterno. Nessuna voce doveva uscire, così il crimine poteva essere consumato al buio”. Poi, sempre secondo il regista, le forze di sicurezza hanno sparato sui manifestanti con armi da guerra.
Ospedali nel mirino e arresti in massa
La situazione peggiora quando Panahi parla degli ospedali. “I feriti portati negli ospedali sono stati attaccati – ha detto – per togliere loro anche l’ultima speranza di sopravvivere”. Le testimonianze raccolte nelle ultime ore da organizzazioni internazionali confermano che, in diverse città iraniane, le strutture sanitarie sono state assalite dalle forze di sicurezza.
Il quadro è quello di una situazione fuori controllo: arresti di massa, una legge marziale non dichiarata ma di fatto imposta. “Sono passati dieci giorni dal blackout delle comunicazioni – ha spiegato Panahi – eppure la vera dimensione di questo crimine è ancora tutta da scoprire”. Il regista ha sottolineato come la censura e il silenzio imposto rendano difficilissimo capire cosa stia davvero accadendo.
Un appello al mondo: “La violenza non deve diventare normale”
Panahi non si è limitato a denunciare quanto accade in Iran. Ha lanciato un monito all’Europa e al mondo intero: “Se oggi non si reagisce a questa violenza, non rischia solo l’Iran, ma tutto il mondo”. Per lui, la normalizzazione della violenza può contagiare altre società: “Quando la verità viene nascosta in un posto, altrove la libertà soffoca”.
La sala berlinese ha ascoltato in silenzio. Chi era presente racconta di una tensione palpabile tra i registi in prima fila. “In quel momento – ha raccontato una produttrice francese – nessuno pensava più ai premi o ai discorsi già pronti”.
Il ruolo degli artisti: “Non restiamo in silenzio”
Nel suo discorso, Panahi ha chiamato direttamente in causa i colleghi artisti e registi. “Se i politici ci deludono, almeno noi non possiamo tacere”, ha detto. E ha aggiunto: “In tempi di crimini, il silenzio non è neutralità. Il silenzio è diventare parte dell’oscurità”. Un invito chiaro a non girarsi dall’altra parte.
Solo dopo queste parole, Panahi ha ufficialmente dato il via alla 38ª edizione degli European Film Awards. Un’apertura fuori dal comune, segnata da un’urgenza che va ben oltre il cinema. La serata è continuata con la proiezione dei film in gara, ma l’eco delle parole del regista iraniano è rimasta nell’aria. In sala stampa, diversi cronisti hanno commentato a bassa voce: “Questa volta non si tratta solo di cinema”.










