Washington, 18 gennaio 2026 – Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha invitato il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu – o un suo rappresentante – a unirsi al Board for peace a Gaza, un organismo internazionale nato per gestire la transizione e la ricostruzione della Striscia dopo mesi di conflitto. La notizia, diffusa nelle ultime ore dal sito israeliano Ynet, arriva in un momento delicato per la diplomazia mediorientale, con Washington impegnata a tessere una fitta rete tra le parti coinvolte.
Trump apre a Israele: la sfida del Board for peace a Gaza
Secondo quanto riferito da Ynet, la proposta di Trump è stata formalizzata da poco, attraverso canali diplomatici riservati. L’idea è chiara: coinvolgere Israele direttamente nel lavoro del nuovo Board for peace a Gaza, che dovrebbe riunire rappresentanti di Stati Uniti, Unione Europea, Egitto, Qatar e, secondo alcune fonti, anche delegati palestinesi. Un tavolo multilaterale chiamato a gestire la fase post-bellica e a coordinare aiuti umanitari e ricostruzione delle infrastrutture civili.
La mossa della Casa Bianca arriva dopo settimane di pressioni internazionali per evitare un vuoto di potere nella Striscia. “Vogliamo garantire una transizione ordinata e sicura, con il contributo di tutte le parti coinvolte”, avrebbe spiegato un funzionario dell’amministrazione statunitense, citato da fonti diplomatiche israeliane. Al momento, il governo Netanyahu non ha confermato ufficialmente la proposta, mantenendo una posizione prudente sulle iniziative di governance internazionale per Gaza.
Tensioni e diplomazia: il difficile equilibrio
Il Board for peace a Gaza nasce in risposta alle tensioni esplose dopo l’offensiva militare israeliana iniziata nell’ottobre 2025. Secondo l’Onu, oltre 30mila civili hanno dovuto abbandonare le loro case nella Striscia negli ultimi tre mesi. Le principali città – da Gaza City a Rafah – sono in gran parte senza servizi essenziali: acqua, luce, ospedali funzionanti. In questo scenario, la comunità internazionale ha moltiplicato gli appelli per un cessate il fuoco duraturo e per l’avvio di un negoziato che coinvolga sia Israele sia le autorità palestinesi.
Il coinvolgimento diretto di Netanyahu o di un suo delegato potrebbe essere un segnale di apertura verso una soluzione condivisa. Ma tra Tel Aviv e Washington restano forti divergenze sui tempi e sulle modalità della transizione. “Israele non accetterà mai una presenza di Hamas nella futura amministrazione di Gaza”, ha ribadito pochi giorni fa il ministro della Difesa Yoav Gallant. Una posizione che rende ancora più complicato il lavoro dei mediatori internazionali.
Reazioni a Gerusalemme e oltre: prudenza e dubbi
A Gerusalemme, la notizia dell’invito è stata accolta con prudenza. Fonti vicine al governo israeliano hanno spiegato che “ogni decisione sarà valutata tenendo conto degli interessi strategici del Paese”. Al momento, non è arrivata alcuna risposta ufficiale. Intanto, dalle Nazioni Unite a New York, il portavoce Stéphane Dujarric ha commentato: “Ogni iniziativa che favorisca il dialogo e la ricostruzione è benvenuta, ma serve il consenso di tutte le parti”.
Sul fronte palestinese, invece, prevale lo scetticismo. Il portavoce dell’Autorità Nazionale Palestinese Nabil Abu Rudeineh ha dichiarato che “la presenza israeliana in qualsiasi organismo di transizione rischia di minare la fiducia tra le parti”. Parere condiviso anche da alcune organizzazioni umanitarie attive nella Striscia, che chiedono garanzie sulla neutralità del Board.
Prossimi passi: l’attesa di una risposta
Nei prossimi giorni sono previsti nuovi contatti tra Washington e Tel Aviv. Fonti diplomatiche statunitensi riferiscono che il presidente Trump ha chiesto una risposta formale entro la fine della settimana. Solo allora si capirà se Israele accetterà di sedersi al tavolo del Board for peace a Gaza o se preferirà rimanere ai margini.
Sul terreno, la situazione resta fragile. Gli aiuti umanitari arrivano a fatica e le organizzazioni internazionali denunciano sempre più difficoltà ad accedere alle zone più colpite. In questo quadro, la proposta americana sembra un ultimo tentativo per evitare un’escalation e provare a aprire uno spiraglio di stabilità nella regione.










