Genova, 16 gennaio 2026 – Dopo tre decenni di attesa, la Corte d’Assise di Genova ha finalmente emesso la sentenza: Anna Lucia Cecere è stata condannata a 24 anni di carcere per l’omicidio di Nada Cella, la segretaria di 25 anni uccisa il 6 maggio 1996 nello studio del commercialista Marco Soracco a Chiavari. Soracco, a sua volta, è stato riconosciuto colpevole di favoreggiamento e dovrà scontare due anni. Una sentenza che, almeno per ora, chiude uno dei casi più discussi della cronaca italiana, rimasto a lungo senza responsabili e riaperto solo nel 2021 grazie alla determinazione di una criminologa e della famiglia della vittima.
Dopo 30 anni arriva la sentenza: cosa hanno deciso i giudici
La decisione è arrivata nel tardo pomeriggio, in un’aula piena e carica di tensione. A guidare la corte, il presidente Massimo Cusatti. La pm Gabriella Dotto aveva chiesto l’ergastolo per Cecere, accusata di omicidio volontario aggravato da futili motivi e crudeltà. Per Soracco la richiesta era di quattro anni, per aver aiutato a nascondere la verità. Alla fine, però, la corte ha scelto una pena più leggera rispetto alle richieste della procura, ma comunque significativa.
Secondo gli inquirenti, Cecere avrebbe agito spinta da gelosia e ambizione: voleva il posto di lavoro di Nada e aveva un interesse personale verso Soracco. Il commercialista, invece, avrebbe taciuto fin dall’inizio. La madre di Soracco, Marisa Bacchioni, inizialmente coinvolta, è stata prosciolta.
Le reazioni: rabbia e incredulità fuori dall’aula
All’uscita, i legali di Cecere non hanno nascosto il loro disappunto. «Non commentiamo le sentenze, ma questa non ci convince – ha detto l’avvocato Giovanni Roffo – Dobbiamo leggere le motivazioni, ma non capiamo come si sia arrivati a questo dopo un precedente proscioglimento». Anche l’avvocata Gabriella Martini ha annunciato il ricorso in appello.
Soracco, visibilmente scosso, ha ammesso: «Se è lei l’assassina, sono contento che sia stata condannata. Ma non mi aspettavo la mia pena, credevo nella mia innocenza». Anche lui ha già annunciato che farà ricorso: «Accettiamo la sentenza, ma è ingiusta».
La svolta arriva da una criminologa e dalla famiglia della vittima
Il caso era stato archiviato nel 1998. Solo nel 2021, la criminologa Antonella Delfino Pesce insieme all’avvocata della famiglia Cella, Sabrina Franzone, hanno riportato l’attenzione sul primo sospettato. Rileggendo gli atti, hanno trovato dettagli trascurati che hanno spinto la procura a riaprire le indagini.
«Siamo qui perché è morta Nada – ha detto Delfino Pesce, visibilmente commossa davanti alle telecamere di Primocanale – Non c’è gioia oggi. Qualcuno ancora crede nella giustizia». Raccontando la lettura della sentenza, ha aggiunto: «È stato un momento fortissimo, per me e per Silvana Smaniotto, la madre di Nada. Non riuscivamo a crederci. Silvana ha detto “non è possibile”».
Trent’anni di dolore e attesa nella famiglia Cella
Silvana Smaniotto ha accolto la sentenza tra le lacrime. Ha parlato di un dolore durato un “ergastolo”. Poche ore prima, la cugina Silvia aveva scritto su Facebook: «Qualunque sia il verdetto, l’importante è che la giustizia offra una risposta basata sulla verità». E ancora: «Spero che questa sentenza sia tanto coraggiosa quanto giusta».
Negli anni, la famiglia non ha mai smesso di cercare risposte. Il padre di Nada è morto senza sapere la verità. La madre ha affrontato processi, archiviazioni e riaperture con una forza che ancora oggi molti a Chiavari ricordano.
Un caso che ha segnato la cronaca italiana
Il delitto di Nada Cella aveva scosso profondamente Chiavari e tutta la Liguria. Una giovane donna trovata senza vita nel luogo dove lavorava da poco più di un anno. Per decenni nessuno è stato ritenuto colpevole. Solo la tenacia di pochi – una criminologa, un’avvocata e una madre – ha portato a una svolta.
«Oggi non è giorno di festa – ha ribadito Delfino Pesce – Perché è morta una ragazza troppo giovane. È morto un padre di dolore. La mamma Silvana ha vissuto un ergastolo di sofferenza per trent’anni». Eppure, dopo così tanto tempo, la giustizia sembra aver dato una risposta. Anche se in ritardo.










