Teheran, 9 gennaio 2026 – Jafar Panahi, il regista iraniano da anni nel mirino delle autorità di Teheran, ha annunciato che tornerà in Iran dopo la stagione degli Oscar. Lo farà nonostante la condanna a un anno di carcere e il clima sempre più duro nel suo Paese. La notizia, arrivata alla vigilia dei Golden Globe di Los Angeles, arriva mentre il suo film Un Semplice Incidente è tra i favoriti per gli Oscar 2026.
Panahi sfida il ritorno in un Iran sempre più stretto
Il regista, già premiato con la Palma d’Oro a Cannes, ha raccontato all’Hollywood Reporter che tornerà in patria solo dopo la cerimonia degli Oscar, in programma il 15 marzo. “Altri cineasti vivono le stesse difficoltà che affronto io”, ha detto Panahi, mettendo in luce come la pressione sui cineasti critici sia aumentata negli ultimi mesi. La sua presenza a Los Angeles, dove domenica contenderà quattro premi ai Golden Globe, è una delle rare occasioni in cui può far conoscere il suo lavoro fuori dall’Iran.
Condanna e repressione: il prezzo di chi osa parlare
A dicembre, il Tribunale Rivoluzionario di Teheran lo ha condannato in contumacia a un anno di carcere per “attività di propaganda contro il regime”, vietandogli anche di fare politica e di lasciare il Paese per due anni. Panahi, che ora si trova all’estero per promuovere il film, ha fatto appello contro questa sentenza. “La corte si è riunita, ma devo ancora parlare con il mio avvocato”, ha spiegato, lasciando aperta la strada a un possibile cambiamento.
Nel frattempo, le proteste contro il governo continuano a essere soffocate con durezza. La polizia ha intensificato i controlli soprattutto su artisti e donne che hanno sostenuto il movimento “Donna, Vita, Libertà”, nato dopo la morte di Mahsa Amini nel 2022.
Tra registi in difficoltà e pressioni sulle donne
Panahi ha ricordato che molti colleghi stanno pagando un prezzo simile. “Ali Ahmadzadeh stava girando un film quando la polizia ha fatto irruzione sul set e ha sequestrato le attrezzature. Ora deve pagare ogni giorno il noleggio degli strumenti senza poterli usare”, ha raccontato. Anche Behtash Sanaeeha e la moglie Maryam Moghaddam, autori di “My Favorite Cake”, non possono lasciare l’Iran né lavorare a nuovi progetti. “Condividiamo questa stessa sofferenza e sappiamo che il prezzo da pagare è alto”, ha ammesso Panahi.
Le donne del cinema iraniano sono sotto una pressione ancora più forte. “Le grandi star che si sono schierate con la società sono controllate ogni giorno”, ha detto il regista, citando l’attrice Taraneh Alidoosti. “Potrebbe lavorare ovunque fuori dall’Iran, ma abbiamo deciso tutti di restare”.
Una carriera segnata da divieti e riconoscimenti
Non è la prima volta che Panahi si trova a scontrarsi con la giustizia del suo Paese. Nel 2010 fu condannato a sei anni di carcere e a vent’anni di divieto di girare film, rilasciare interviste o lasciare l’Iran. Eppure, anche allora ha continuato a lavorare, realizzando opere come “This Is Not a Film”, girato nel suo appartamento, o “Taxi Teheran”, spesso in modo clandestino. Ogni suo nuovo film è diventato un atto artistico e politico insieme.
Solo nel 2023 gli è stato tolto il divieto di viaggiare, permettendogli di presentare “Un Semplice Incidente” al Festival di Cannes. “Era la prima volta in molti anni che viaggiavo con un mio film”, ha detto Panahi. Un’esperienza che lo ha segnato profondamente.
Oscar in vista, ma il futuro resta incerto
“Un Semplice Incidente” è entrato nella shortlist dei 15 migliori film internazionali in corsa per gli Oscar. Le candidature ufficiali saranno annunciate il 22 gennaio. Solo allora si saprà se Panahi potrà aggiungere un altro premio alla sua carriera. Dopo la cerimonia del 15 marzo, però, il regista tornerà in Iran. Sa bene quali rischi lo aspettano, ma è deciso a non lasciare il suo Paese né la sua arte.










