Budapest, 9 gennaio 2026 – È morto Béla Tarr, uno dei registi più influenti del cinema d’autore europeo. Aveva 70 anni. La sua scomparsa, avvenuta nei giorni scorsi, ha lasciato un vuoto enorme nel mondo della cultura. A ricordarlo oggi è László Krasznahorkai, Premio Nobel per la Letteratura 2025, che ha affidato ai suoi editori italiani di Bompiani un messaggio toccante: “Ho perso un carissimo amico, un compagno di magia visiva nel dark cinema. Ho perso un dark cinema dove non ci sarà mai più tanta luce come quella che creava Béla”.
Un legame artistico che ha fatto la storia
Per oltre trent’anni, Tarr e Krasznahorkai sono stati una delle coppie più forti e riconoscibili del cinema e della letteratura dell’Europa dell’Est. Il regista, nato a Pécs nel 1955, ha tratto dai romanzi dello scrittore la materia prima per alcuni dei suoi film più celebri. Su tutti, Satantango (1994), tratto dall’omonimo romanzo di Krasznahorkai, un film di oltre sette ore che ha cambiato la narrazione cinematografica europea negli anni Novanta. “Il cinema è vuoto, per me e per tutti noi”, ha detto lo scrittore, raccontando il senso di perdita che oggi attraversa la comunità artistica.
Dai capolavori alle ultime sfide
Non c’è solo Satantango. Nel 2000 è arrivato Le armonie di Werckmeister, ispirato a “Melancolia della resistenza”, un altro romanzo fondamentale di Krasznahorkai. Il film, presentato alla Berlinale, ha conquistato il pubblico con la sua atmosfera sospesa e le lunghe scene in bianco e nero. Nel 2007 è toccato a L’uomo di Londra, tratto da Simenon ma scritto ancora insieme, e infine Il cavallo di Torino (2011), l’ultimo film di Tarr prima del suo ritiro. “Quando perdi un artista così radicale, tutto sembra diventare noioso per un po’”, ha confessato Krasznahorkai, sottolineando quanto sia difficile oggi trovare una voce altrettanto fuori dal coro.
Un’eredità che pesa
Nel suo messaggio, Krasznahorkai non si ferma al ricordo. Lancia anche un grido sul futuro del cinema d’autore: “Chi sarà il prossimo ribelle? Chi si farà avanti? Chi romperà tutto? Signori, nessuno si farà avanti. Che ne sarà di noi? Béla, torna indietro”. Parole forti, che pesano in un momento di transizione e incertezza nel cinema europeo. Tarr era visto da molti come uno degli ultimi grandi innovatori della settima arte, capace di unire rigore formale e profondità esistenziale.
Il segno di un’intera generazione
La morte di Tarr arriva in un periodo di grandi cambiamenti culturali in Ungheria e nell’Europa centrale. Nei caffè letterari di Budapest, nelle sale della Cineteca nazionale e ai festival internazionali, il suo nome torna a circolare con forza. “Sta arrivando un mondo nuovo, spirano venti nuovi. La vita farà i conti con noi, uno a uno”, ha scritto ancora Krasznahorkai, quasi a fissare il passaggio di testimone tra generazioni. Eppure, tra i giovani registi ungheresi, pochi sembrano pronti a raccogliere l’eredità radicale lasciata da Tarr.
Un addio che scuote il cinema d’autore
Nelle ultime ore sono arrivate reazioni anche da altri protagonisti del cinema europeo. Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna, ha ricordato come “la visione di Béla Tarr abbia cambiato il modo in cui guardiamo il tempo sullo schermo”. In Francia e Germania si preparano omaggi nei principali festival nelle prossime settimane. Ma è soprattutto tra chi ha lavorato con lui – attori come Erika Bók o il direttore della fotografia Fred Kelemen – che si sente di aver perso non solo un maestro, ma un vero compagno di viaggio.
“Béla Tarr – ha concluso Krasznahorkai – è stato uno dei più grandi artisti del nostro tempo. Sfrenato, brutale, invincibile. Ma ora è stato fermato, vinto brutalmente dal destino che gli è toccato”. Un addio che lascia aperta la domanda: quale strada prenderà ora il cinema d’autore europeo?










