Riyadh, 5 gennaio 2026 – L’Opec+ ha deciso di mantenere fermi i livelli attuali di produzione di petrolio. Nonostante le tensioni che coinvolgono il Venezuela e le divisioni tra alcuni membri chiave, il gruppo ha scelto di non muoversi. La decisione è arrivata dopo una riunione online durata poco più di un’ora, in un momento in cui il mercato petrolifero globale soffre un calo dei prezzi superiore al 18% nell’ultimo anno, il più pesante dal 2020.
Opec+ resta fermo: niente tagli né aumenti
Gli otto Paesi che guidano l’Opec+ – Arabia Saudita, Russia, Emirati Arabi Uniti, Kazakistan, Kuwait, Iraq, Algeria e Oman – forniscono circa la metà del petrolio mondiale. Nonostante le pressioni internazionali e le crisi politiche in corso, hanno deciso di non cambiare le quote di produzione. Ogni decisione sarà rimandata al prossimo incontro, previsto per il primo febbraio.
Fonti vicine ai negoziati parlano chiaro: la priorità è stata la “stabilità del mercato”. Così un delegato saudita al termine della riunione: “Non è il momento di agire d’impulso. Serve cautela”. Una linea condivisa da Mosca e dagli altri partner, che hanno evitato di entrare nel merito delle tensioni tra Riyadh e Abu Dhabi per la questione yemenita, o del recente intervento degli Stati Uniti in Venezuela.
Prezzi in picchiata, domanda in calo: i numeri dietro la scelta
Il 2025 si è chiuso con un calo delle quotazioni del petrolio superiore al 18%, una flessione che non si vedeva da cinque anni. Gli esperti parlano di una offerta troppo abbondante, giudicata “eccessiva” rispetto alla domanda reale. Tra aprile e dicembre, l’Opec+ aveva aumentato la produzione di circa 2,9 milioni di barili al giorno – quasi il 3% della domanda globale.
A novembre però era già stata decisa una pausa: niente nuovi aumenti per il primo trimestre del 2026. Oggi questa scelta è stata confermata, almeno fino a marzo. “Il mercato ha bisogno di tempo per assorbire l’attuale surplus”, ha spiegato un funzionario del Ministero dell’Energia del Kuwait.
Venezuela sotto osservazione: impatto limitato secondo gli esperti
Gli operatori tengono d’occhio le conseguenze del blitz americano in Venezuela, che ha alcune delle riserve petrolifere più grandi al mondo ma una produzione ai minimi storici. Secondo gli analisti di banche d’affari interpellati da Alanews, l’effetto sui prezzi del greggio sarà contenuto. “Prevediamo oscillazioni di uno o due dollari al barile”, ha detto un esperto di JP Morgan.
Il motivo è semplice: nonostante le riserve enormi, la produzione venezuelana resta molto bassa. Solo un cambiamento strutturale potrebbe cambiare gli equilibri globali. Per ora, il mercato resta in attesa.
Borse in rosso: Arabia Saudita paga le tensioni
Mentre l’Opec+ punta sulla prudenza, i mercati finanziari reagiscono con nervosismo. La Borsa di Riyadh, la più importante della regione, ha subito oggi il peggior calo da aprile: l’indice Tadawul All Share ha perso l’1,8% nella sessione domenicale, con tutti i settori principali in rosso. Il calo è legato sia all’annuncio dei dazi americani, sia alle incertezze sulla domanda futura di energia.
Un operatore locale ha commentato: “C’è molta volatilità e poche certezze sulle prossime mosse dell’Opec+. Gli investitori preferiscono restare fermi”. In questo clima, la parola d’ordine è una sola: aspettare. Almeno fino al prossimo vertice di febbraio.










