Roma, 4 gennaio 2026 – Raccontare il cinema attraverso la fotografia di scena, restituendo non solo l’immagine di un film ma anche il suo contesto sociale e geografico: questa è la sfida che Gianni Fiorito, nato nel 1959, porta avanti da più di vent’anni. Nel libro “Lo sguardo attivo di Gianni Fiorito” (Artdigiland, 253 pagine, 24 euro), curato da Amando Andria, Alessia Brandoni e Fabrizio Croce, il fotografo napoletano si racconta in un lungo dialogo con tre critici cinematografici, offrendo uno sguardo approfondito sul mestiere e sul futuro della fotografia di scena.
Il mestiere invisibile dietro l’obiettivo
Fiorito, che ha lavorato con registi come Paolo Sorrentino, John Turturro, Silvio Soldini e tanti altri, spiega che il fotografo di scena deve essere “invisibile”, senza mai disturbare attori e tecnici sul set. “Il regista è padrone di casa; il fotografo è un ospite”, confida nel libro. Solo chi riesce a leggere gli sguardi del regista e a intuire le sue intenzioni può catturare lo scatto che racchiude l’anima del film. Non importa se quella scena poi verrà eliminata in fase di montaggio: ciò che conta è che la foto sappia raccontare il senso profondo dell’opera.
Nel suo lavoro, Fiorito cerca sempre di andare oltre l’immagine singola: “Vorrei che nella foto si vedesse il film, i tecnici al lavoro e il territorio in cui si gira”, dice. Ogni scatto diventa così una piccola mappa dell’Italia, fatta di volti, paesaggi e dettagli di set.
Dalla cronaca al cinema: tra etica e racconto
Prima di entrare nel mondo del cinema, Fiorito ha fatto esperienza nella fotografia di cronaca. Gli anni Ottanta e Novanta – ricorda – erano tempi in cui per inviare una foto si usava ancora la telefoto: servivano sette minuti per un bianco e nero, ventiquattro per il colore. “Un’eternità”, sorride. Nel borsone dei fotografi non mancavano mai macchine, ottiche e rullini, ma anche oggetti insoliti come un peluche: “Se c’era un incidente con bambini coinvolti, si metteva il bambolotto accanto ai rottami. Non era mistificazione, ma un modo per rendere più forte la realtà”.
Oggi la tecnologia consente di modificare le immagini fino a farle sembrare vere. Ma per Fiorito resta un principio sacro: l’etica del fotografo. “Dietro ogni foto ci deve essere una testa, un’idea, un modo di raccontare”, sottolinea. Non basta scattare in fretta – “oggi è tutto un ta ta ta” –, ci vuole tempo per osservare, capire, scegliere.
Uno sguardo attento al territorio e alla società
Nei suoi lavori più famosi – dai reportage sui manicomi alle inchieste sulla camorra per Repubblica e L’Espresso – Fiorito ha sempre rispettato le cinque W del giornalismo: why, where, what, who, when. Ore passate sul campo, tra sopralluoghi e osservazioni, per raccontare storie complesse senza semplificazioni facili.
Nel cinema questa cura si traduce nella capacità di cogliere non solo l’attore o la scena centrale, ma anche l’atmosfera del set, la fatica dei tecnici, la presenza silenziosa del territorio. “Solo così una foto può davvero raccontare un film”, spiega.
Selfie e identità: un’occhiata critica al presente
Nel libro c’è spazio anche per una riflessione sul presente. Fiorito guarda con sospetto alla cultura dei selfie: “Sono un modo per evitare di accettarsi, per evitare la differenza”, osserva. Così la fotografia rischia di perdere la sua funzione di racconto e critica, diventando un gesto automatico e vuoto.
Eppure – conclude – c’è ancora spazio per uno sguardo attivo e consapevole. Un modo di fotografare che sappia raccontare il cinema e l’Italia senza filtri o scorciatoie. Un mestiere antico che oggi, più che mai, chiede attenzione, rispetto ed etica.









