Roma, 29 dicembre 2025 – Il Governo italiano sta valutando tutte le opzioni per tutelare la sicurezza energetica nazionale, compresa la possibilità di tenere “in riserva” gli impianti a carbone di Brindisi e Civitavecchia. Lo ha detto il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, durante un’informativa al Consiglio dei ministri a Palazzo Chigi questa mattina. La questione riguarda da vicino il futuro delle centrali gestite da Enel e si inserisce in un momento segnato da tensioni geopolitiche e dall’impegno a rispettare gli accordi europei.
Centrali a carbone, la sfida della riserva
Il ministero dell’Ambiente ha confermato che l’attenzione è puntata sulle centrali di Brindisi e Civitavecchia. Sono impianti storici, spesso al centro di polemiche ambientali e sociali. Il ministro Pichetto ha ricordato che il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (PNIEC) prevede lo stop alla produzione elettrica da carbone entro il 31 dicembre 2025. Una scadenza che segue la strada della decarbonizzazione e le linee guida dell’Unione europea.
Ma, ha sottolineato Pichetto, il contesto internazionale è tutt’altro che stabile. Le tensioni in Medio Oriente e i problemi nell’approvvigionamento del gas hanno riacceso il dibattito sulla necessità di mantenere una parte della produzione da fonti tradizionali. “Stiamo valutando tutte le opzioni – ha detto il ministro – per evitare che il Paese resti scoperto in caso di emergenze”.
Tra norme e impegni europei, la prudenza del Governo
Il Governo, per ora, resta fermo sull’obiettivo di chiudere le centrali a carbone, in linea con le leggi nazionali ed europee. Gli investimenti nelle energie rinnovabili vanno avanti. Ma tenere gli impianti “in riserva”, pronti a essere riaccesi solo in caso di bisogno, è vista come una sorta di assicurazione contro possibili crisi.
Fonti vicine al dossier chiariscono che non si tratta di una produzione continua, ma di una precauzione per riattivare le centrali solo se necessario. “Non è un passo indietro sulla decarbonizzazione – spiega un funzionario – ma una misura cautelativa, finché il sistema non sarà abbastanza solido da fare a meno del carbone”.
A Brindisi e Civitavecchia, tensioni e richieste di certezze
Nei territori interessati la notizia ha suscitato reazioni contrastanti. I sindacati chiedono garanzie per i lavoratori, molti dei quali temono per il proprio futuro. Le associazioni ambientaliste, invece, ribadiscono che il 2025 va rispettato e che serve accelerare sulla riconversione industriale. “Non possiamo permetterci altri rinvii – avverte Anna Di Marco, portavoce di Legambiente Lazio – serve un piano chiaro per il dopo-carbone”.
Il sindaco di Civitavecchia, Ernesto Tedesco, ha chiesto un incontro urgente con il Governo: “La città non può restare nell’incertezza. Vogliamo chiarezza sui tempi e sulle alternative per chi lavora”. A Brindisi, la preoccupazione riguarda anche l’indotto: secondo Confindustria locale, sono almeno 500 le famiglie coinvolte direttamente o indirettamente con la centrale.
Il futuro si decide nelle prossime settimane
Il dossier resta sul tavolo del Governo ancora per qualche settimana. Da ambienti ministeriali fanno sapere che la decisione finale arriverà dopo un confronto con la Commissione europea e i principali operatori del settore. Nel frattempo, proseguono le verifiche tecniche per capire l’impatto della chiusura sulla rete nazionale e sulle forniture nei mesi più delicati.
“L’obiettivo resta la transizione energetica – ha ribadito Pichetto – ma dobbiamo essere pronti a ogni evenienza”. Solo allora si saprà se il carbone sarà davvero un capitolo chiuso o se continuerà a essere una riserva strategica per l’Italia.










