Roma, 30 novembre 2025 – Anche le partite Iva in regime forfettario dovranno pagare la cosiddetta “tassa etica” sui ricavi derivanti dalla produzione di materiale pornografico. La conferma arriva dall’Agenzia delle Entrate, che il 4 novembre ha risposto a un interpello presentato da un contribuente, facendo chiarezza su un tema che riguarda chi lavora su piattaforme come OnlyFans e simili. Una decisione che interessa un settore in crescita e spesso al centro di dibattiti, aprendo nuovi interrogativi sia sul piano fiscale sia su quello normativo.
L’Agenzia delle Entrate: anche i forfettari pagano la Pornotax
Secondo quanto pubblicato su FiscoOggi, la rivista online dell’Agenzia, anche chi è in regime forfettario – il sistema agevolato scelto da tanti piccoli imprenditori e professionisti – deve versare la tassa etica, nota anche come Pornotax. Il riferimento è l’articolo 1, comma 466, della legge n. 266/2005, che obbliga “imprese e professionisti” che producono, distribuiscono o vendono materiale pornografico o di incitamento alla violenza.
L’Agenzia ha spiegato che “anche i contribuenti in regime forfettario versano la tassa etica”, sottolineando che la legge non fa eccezioni per questa categoria. In pratica, l’imposta sostitutiva prevista dal regime agevolato non copre la tassa etica, che resta quindi da pagare a parte.
Dubbi e polemiche: il nodo dei forfettari
Non tutti però sono d’accordo con questa interpretazione. Il contribuente che ha chiesto chiarimenti ha messo in luce una vera e propria “lacuna normativa” sull’applicabilità della tassa ai forfettari. La legge che istituisce la tassa non distingue tra i vari regimi fiscali e non specifica se chi è in regime forfettario debba effettivamente pagare. Inoltre, la risoluzione che ha istituito i codici tributo parla solo di contribuenti Irpef e Ires, senza menzionare i regimi agevolati come i minimi o, per analogia, il forfettario.
“È impossibile calcolare e versare correttamente le somme eventualmente dovute”, ha spiegato il contribuente nella sua richiesta. Un problema che rischia di creare confusione soprattutto tra i nuovi lavoratori digitali, che usano piattaforme online per guadagnare con i loro contenuti.
Cosa si intende davvero per Pornotax?
Un punto ancora aperto riguarda cosa si debba considerare davvero “pornografico” ai fini della tassa. La legge parla di “giornali e ogni opera teatrale, letteraria, cinematografica, audiovisiva o multimediale… in cui siano presenti immagini o scene con atti sessuali espliciti e non simulati tra adulti consenzienti”. Ma la definizione lascia spazio a interpretazioni.
Alcuni si chiedono, per esempio, se pubblicare su OnlyFans foto dei propri piedi o contenuti simili possa essere tassato. Al momento, però, nessun documento ufficiale dell’Agenzia dà una risposta chiara. E appare difficile pensare che l’amministrazione possa valutare caso per caso ogni contenuto pubblicato online.
La storia della tassa etica
La Pornotax nasce nel 2002 da un’idea del deputato di Forza Italia Vittorio Emanuele Falsitta. L’obiettivo era introdurre un prelievo del 25% sui ricavi da materiale pornografico. Dopo la prima proposta, Falsitta – allora giovane avvocato tributarista – la ritirò, promettendo però di riproporla, sostenendo che l’idea aveva un ampio consenso. In realtà, la norma fu ripresa solo più tardi dalla deputata di Alleanza Nazionale Daniela Santanchè.
Nel tempo, la tassa è stata contestata da molti produttori, che hanno spostato le attività in Est Europa per evitare il prelievo italiano. Oggi il dibattito è ancora acceso: “Tassare di più chi fa un lavoro considerato immorale, anche se legale, non ha nulla di etico”, hanno detto Giulia Pastorella (vicepresidente di Azione) e il senatore Marco Lombardo, che hanno già annunciato una proposta per abolire la tassa nella prossima legge di bilancio.
Un settore in attesa di regole chiare
Per ora, chi produce o distribuisce materiale pornografico deve fare i conti con un sistema fiscale complicato e poco definito. L’Agenzia delle Entrate ha ribadito che la tassa va pagata da tutti, ma restano dubbi e difficoltà pratiche. Nel frattempo, il settore chiede norme più precise e una definizione meno vaga di cosa rientra nella tassazione speciale.