Taranto, 29 novembre 2025 – Dopo una giornata carica di tensioni e attese, il presidente uscente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha chiesto al governo “garanzie concrete sulla riqualificazione dello stabilimento di Taranto”, tema centrale del vertice convocato al Mimit. L’ex Ilva, nodo cruciale per la città ionica, resta in bilico tra dubbi operativi e paure per i posti di lavoro. “La situazione è ancora molto incerta”, ha detto Emiliano ai giornalisti poco dopo le 19, uscendo dagli uffici di via Molise. “Il ministro ha provato a tracciare alcune prospettive, ma nessuna assicura le certezze che servono a Regione, Comune di Taranto e soprattutto ai lavoratori”.
Ex Ilva, garanzie mancate e rischio protesta in agguato
Il confronto tra istituzioni e governo si è svolto in un clima teso, con la preoccupazione che aleggia sul futuro di circa 8.200 dipendenti diretti e dell’indotto. Emiliano ha messo in guardia: senza risposte chiare, la protesta sindacale potrebbe ripartire con forza. “Se non arrivano certezze, il rischio è che i sindacati tornino a scioperare, con danni alla produzione”, ha avvertito. Un avvertimento che arriva dopo settimane di scioperi a singhiozzo e assemblee infuocate nei reparti, dove la parola d’ordine resta sempre la stessa: tutela dei posti di lavoro.
Il presidente pugliese ha ribadito un punto fermo: “Se non si trova un acquirente privato, il governo deve prendere in mano la gestione dello stabilimento, direttamente o tramite le sue partecipate”. Una strada che, secondo Emiliano, consentirebbe di partire con una vera riqualificazione tecnologica e solo dopo pensare a una vendita “al miglior prezzo possibile”. Così, ha aggiunto, “si salvaguarderebbero i posti di lavoro con i necessari lavori di ristrutturazione della fabbrica”.
Altiforni e costi proibitivi, l’ombra delle nuove norme ambientali
Uno dei punti più delicati è quello degli altiforni. Emiliano non ha usato mezze misure: “I forni integrati hanno costi troppo alti, quindi ricostruirli non è un’opzione, si può solo intervenire con manutenzioni”. Una posizione che conferma i dati degli ultimi mesi: secondo fonti sindacali, un nuovo altoforno costerebbe più di 2 miliardi di euro, una spesa fuori portata senza un forte intervento pubblico.
Ma c’è un altro problema che pesa come un macigno: dal 2028 scattano nuove tasse sulle emissioni di CO2. “Queste regole”, ha ricordato Emiliano, “renderanno insostenibile non solo costruire, ma anche gestire i forni”. Per questo, ha sottolineato, “è obbligatorio puntare sulla decarbonizzazione”.
Decarbonizzazione e gas, la sfida che riguarda tutto il territorio
La strada verso una produzione più pulita sembra l’unica possibile. Emiliano ha ribadito la necessità di trovare “una fonte di gas che sia compatibile con le aspettative della comunità”. Un chiaro riferimento ai residenti, da anni segnati dagli impatti ambientali dello stabilimento. Solo allora, ha lasciato intendere, si potrà davvero parlare di rilancio.
Il dibattito sulla decarbonizzazione dell’ex Ilva si intreccia con i piani del governo per il futuro dell’acciaio italiano. Fonti vicine al dossier spiegano che il Ministero delle Imprese e del Made in Italy sta valutando diverse opzioni: dalla conversione degli impianti all’idrogeno alla creazione di un polo nazionale della siderurgia green. Ma il tempo stringe e la pazienza dei lavoratori è quasi finita.
L’attesa a Taranto e il prossimo round
Intanto, a Taranto si respira un’aria di attesa e tensione. Nei bar del quartiere Tamburi, a pochi passi dalle ciminiere, le parole di Emiliano si commentano con un misto di scetticismo e speranza. “Qui si parla sempre di piani industriali, ma noi vogliamo solo lavorare in sicurezza”, confida Antonio, operaio con vent’anni di esperienza. I sindacati hanno già avvertito: senza risposte serie torneranno in piazza.
Il prossimo appuntamento è fissato per la settimana prossima: un nuovo tavolo tecnico tra governo, enti locali e rappresentanti dei lavoratori. Sullo sfondo resta la domanda che da anni pesa sull’ex Ilva: quale sarà il destino della più grande acciaieria d’Europa? Per ora, nessuno ha una risposta chiara.