Nella giornata di ieri, la Digos ha effettuato un’operazione di perquisizione presso l’abitazione di Gabriele Rubini, noto al pubblico come Chef Rubio. Questo blitz è avvenuto in seguito a una denuncia riguardante due post controversi pubblicati dall’attivista sui social media, in particolare su X (ex Twitter), nel maggio scorso, in concomitanza con un attentato avvenuto a Washington, che ha causato la morte di due funzionari dell’ambasciata israeliana.
L’attentato, che ha avuto luogo il 21 maggio 2023, ha visto come vittime Yaron Lischinsky e Sarah Milgrim, due funzionari israeliani colpiti a morte da Elias Rodriguez. Questo evento ha scatenato una serie di reazioni sui social media, tra cui i post di Chef Rubio, considerati dagli inquirenti come atti di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, in base all’articolo 604 bis del codice penale italiano.
i post controversi di chef rubio
Nella prima delle due pubblicazioni, datata 21 maggio, poche ore prima dell’attentato, Rubini scriveva: «Morte ai diplomatici complici del genocidio in atto da 77 anni, morte agli invasori e a chi li finanzia, morte al colonialismo, suprematismo, razzismo e odio antimusulmano. Morte quindi al sionismo e alla colonia ebraica. Lunga vita alla Palestina e ai nativi semiti palestinesi». Questo messaggio, carico di elementi provocatori, ha sollevato un ampio dibattito sulla libertà di espressione e sui suoi limiti.
Il giorno successivo, 22 maggio, Rubini ha pubblicato un secondo post, accompagnato da immagini delle vittime, esprimendo una domanda provocatoria: «Che differenza c’è tra un impiegato dell’ambasciata della colonia ebraica e un soldato suprematista ebraico che massacra i palestinesi per il loro solo esistere e resistere? Che uno esegue gli omicidi (Eichmann) e l’altro fornisce legittimità e mezzi per farlo impunemente». Le parole di Rubini hanno suscitato indignazione e preoccupazione, tanto che sono state segnalate alle autorità competenti.
la perquisizione e le conseguenze
A seguito della perquisizione, durata diverse ore, gli agenti della Digos hanno sequestrato tutti i dispositivi elettronici di Rubini, incluse chiavette USB e computer. Questo intervento si è reso necessario per acquisire informazioni sulle attività telematiche dell’ex chef, in particolare per analizzare i contenuti dei post incriminati e cercare eventuali conversazioni nelle sue chat private su piattaforme come Telegram e Signal. L’operazione, coordinata dalla procura, ha avuto come obiettivo quello di chiarire il contesto in cui sono stati pubblicati i post e valutare se ci siano stati ulteriori atti di istigazione.
Alberto Fazolo, un attivista e giornalista che ha reso pubblica la vicenda, ha dichiarato che Chef Rubio si trova attualmente senza accesso ai suoi profili social e ai suoi strumenti di comunicazione. Fazolo ha condiviso sui social parte della denuncia e ha sottolineato come la mancanza di dispositivi elettronici stia limitando significativamente la libertà di espressione di Rubini in un momento in cui il dibattito su temi come il conflitto israelo-palestinese è particolarmente acceso.
il dibattito sulla libertà di espressione
Il caso di Chef Rubio riaccende il dibattito sulla libertà di espressione, specialmente quando si tratta di opinioni politiche forti e controverse. Mentre alcuni sostengono che le parole di Rubini costituiscono un’incitazione all’odio e meritano di essere perseguite, altri ritengono che ogni cittadino debba avere il diritto di esprimere le proprie opinioni, anche se queste sono scomode o provocatorie.
In Italia, come in molti altri paesi, la linea che separa la libertà di espressione dalla propaganda di idee che incitano all’odio è sottile e complessa. Le autorità sono chiamate a fare un delicato bilanciamento tra il rispetto per la libertà di parola e la necessità di proteggere la società da possibili atti di violenza o discriminazione. La questione è ulteriormente complicata dal contesto internazionale, in cui il conflitto israelo-palestinese continua a generare forti emozioni e polarizzazioni.
Il caso di Rubini potrebbe avere ripercussioni più ampie sulla comunità degli influencer e degli attivisti sui social media, rendendo necessario un riesame dei contenuti pubblicati e della responsabilità che comporta l’uso di piattaforme digitali per esprimere opinioni politiche. La decisione delle autorità di intervenire in modo diretto ha già sollevato interrogativi tra gli utenti dei social media, con molti che si chiedono se l’operazione sia giustificata o se rappresenti un attacco alla libertà di espressione. La vicenda di Chef Rubio, dunque, non è solo una questione personale, ma si inserisce in un contesto più ampio di dibattito politico e sociale che coinvolge tutta la società italiana.