Milano, 12 dicembre 2025 – Negli ultimi tre anni, la crescita del Pil pro capite italiano si è dovuta quasi tutta a un aumento dell’occupazione e delle ore di lavoro svolte. A dirlo è Gabriele Barbaresco, direttore dell’Area Studi di Mediobanca, che oggi a Milano ha presentato i dati durante una conferenza stampa organizzata da Centromarca. “In Italia non si recupera la produttività”, ha spiegato Barbaresco. “Il Paese cresce perché si lavora di più, non perché si lavora meglio”.
Produttività ferma, salari che scendono
Tra il 2022 e il 2024, il Pil pro capite è aumentato in media dello 0,8% all’anno. Ma questa crescita, ha sottolineato Barbaresco, si deve solo all’aumento degli occupati e delle ore lavorate. Senza questi fattori, la produttività oraria sarebbe invece calata dell’1,3%. Un segnale chiaro delle difficoltà del sistema paese, dove la produttività totale resta bloccata.
Il capitolo salari è cruciale. Nel primo semestre del 2025, la retribuzione oraria reale è risultata del 5% più bassa rispetto al 2019, ha spiegato Barbaresco. E si tratta di un calo che arriva dopo anni di sostanziale stagnazione. “Il legame tra produttività e salari è diretto”, ha aggiunto. Senza una ripresa della produttività, il problema dei redditi rischia di rimanere insoluto.
Più lavoro, ma in settori poco produttivi
Un altro elemento emerso riguarda la composizione dell’occupazione. Tra il 2023 e il 2024, gli occupati nella manifattura sono aumentati del 2%, mentre la produzione è calata del 5,3%. “Significa che si crea lavoro soprattutto in settori a basso valore aggiunto o con scarsa produttività”, ha detto Barbaresco.
Guardando avanti, si prevede che entro il 2028 serviranno tra 3,1 e 3,6 milioni di lavoratori. Ma l’80-90% di loro servirà solo per sostituire chi lascerà il mercato. Nel frattempo, i contratti difficili da coprire sono saliti dal 26% del 2018 al 50% nel 2023. “Due terzi di queste difficoltà sono causate dalla mancanza di candidati”, ha spiegato Barbaresco, riferendosi al fenomeno del labour shortage. Un problema che pesa sul Pil per circa 2,5 punti percentuali.
Manifattura italiana, tra sfide e opportunità
Nonostante tutto, la manifattura italiana punta ancora sull’export. “Il nostro successo si basa su qualità, specializzazione e competenze tecniche”, ha ricordato Barbaresco. Ma il settore soffre l’aumento dei costi dei materiali e dell’energia. Tra il 2020 e il 2025, il costo dell’energia è salito del 20%.
Tra i punti di forza si nascondono però anche alcune insidie. Barbaresco ha citato il settore della medtech come un esempio di comparto che richiede investimenti mirati e attenzione. Da qui l’appello a politica e imprenditori: serve una vera “call to action”.
Come rilanciare la produttività
Per Barbaresco, ci sono due strade da seguire per far ripartire la produttività. La politica deve spingere i settori a più alto valore e garantire l’autonomia strategica del Paese. Le imprese, invece, devono affrontare con decisione la transizione digitale. “Non basta adottare le tecnologie digitali, bisogna farle proprie”, ha detto. Solo così possono diventare strumenti per migliorare l’organizzazione e la cultura aziendale.
Un altro punto importante è rafforzare le filiere produttive. “Bisogna ridurre la distanza tra le imprese leader e quelle più indietro”, ha spiegato Barbaresco. Le aziende forti devono occupare i segmenti più pregiati delle catene globali del valore e trasferire competenze ai fornitori nazionali.
Private equity e risparmio privato, risorse da valorizzare
Barbaresco ha sottolineato anche il ruolo crescente dei fondi di private equity. “Non sono più solo efficientatori, ma portano proposte imprenditoriali orientate alla crescita”. In questo quadro, torna centrale l’uso produttivo del risparmio privato italiano.
La fotografia scattata oggi a Milano racconta un’economia che cresce con fatica, spinta più dal lavoro che dall’innovazione. Per il 2026 la sfida sarà cambiare passo, puntando su produttività, investimenti e competenze.










