Non Voglio più Lavorare

non voglio più lavorare
non lavorerò più
Ogni tanto sogno di svegliarmi di soprassalto, realizzare che è lunedì mattina, dover correre a fare colazione perché sono in ritardo per andare al lavoro. Provo un'ansia tremenda, simile a quella di chi rivive qualche evento traumatico del passato.

Io non voglio più lavorare, punto. Non si tratta di essere uno scansafatiche, di non voler contribuire alla società o di disprezzare l'impegno degli altri, si tratta di non voler ritornare più dentro l'incubo che oggi opprime la maggior parte delle persone, anche se queste non ne sono consapevoli.


Il lavoro ci rende nemici

nemici sul lavoro

Proviamo, solo per un istante a guardare con occhi differenti il nostro lavoro. Non pensiamo alla questione denaro, al fatto di star facendo o meno qualcosa di buono per noi e per gli altri, abbiamo già discusso a lungo su questi temi. Per una volta concentriamoci sulle dinamiche che si vengono a creare a livello di rapporti interpersonali.

In qualsiasi ambiente di lavoro vi è una gerarchia, gli ultimi vengono comandati da piccoli capetti, che a loro volta rispondono a responsabili più "importanti", dirigenti e quindi amministratori. Il lavoro deve avere questa struttura piramidale per questioni organizzative, ma anche perché le persone, per essere efficienti, devono venir controllate costantemente. Prendi un dipendente qualsiasi e lascialo libero di fare quello che gli pare senza che questo ne paghi le conseguenze, ed ecco che produrrà la metà del suo potenziale. Ogni ambiente di lavoro di medie e grandi dimensioni è organizzato in questo modo, ma vivere in questa realtà cosa significa?

Beh, significa semplicemente essere continuamente sotto esame. Ogni giorno il nostro lavoro viene valutato, i nostri risultati riportati ai superiori, confrontati con quelli di altri, la nostra produttività stimata in termini di rapporto costi/benefici, soppesata l'affidabilità, la dedizione alla causa, la capacità di risolvere problemi, di produrre anche sotto stress, di guidare un gruppo, renderlo efficiente e motivarlo. Poi ci promettono premi produttività e un avanzamento di carriera che porterà prestigio e gloria, tutto a patto di dimostrare di essere migliori degli altri. E così stiamo più ore in ufficio, lavoriamo anche nel weekend e contribuiamo a generare maggior profitto.

Tutto questo si traduce in due concetti: “controllo” e ”competizione”. Anche sforzandomi non riesco ad immaginare qualcosa che possa rendere peggiore la vita di un individuo. Il controllo è ciò che viene messo in atto per limitare la libertà del singolo e assicurarsi che esegua gli ordini anche contro la sua volontà. La competizione fa leva sulla nostra sete di successo e viene sfruttata per metterci uno contro l'altro in modo da essere più produttivi e riempire le tasche dei dirigenti.

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Il lavoro rende la vita un inferno


L'aspetto che in assoluto ritengo più triste per quanto riguarda il nostro impiego, è il fatto di essere obbligati a stare tutto il giorno, per tutti i giorni della nostra vita, con persone che non ci siamo scelti. Molti potrebbero affermare che si può riuscire a convivere pacificamente coni nostri colleghi, ritagliandosi i propri spazi e costruendo un rapporto basato sul rispetto. Peccato che questo non sia possibile per la natura del rapporto lavorativo stesso. Se nell'ambiente di lavoro viene premiato con più prestigio e soldi chi si dimostra migliore, ci sarà sempre competizione tra le persone, e la competizione non è pace, è guerra. Viviamo bene nella competizione? Siamo contenti di essere circondati da persone che fanno di tutto per sembrare migliori di noi? Che ci mettono i piedi in testa, fanno la spia al capo e cercano di prendersi i meriti dei risultati altrui?

Ci raccontano la storiella che la competizione è una cosa sana, ma ho smesso di credere a queste stupidaggini ormai da moto tempo. La competizione, soprattutto nel mondo del lavoro, può solo generare astio e rancore. I nostri superiori lo sanno bene: più sei competitivo più produci e meno sei solidale con gli altri. Così nessuno lotta per i diritti, basta sventolare qualche banconota o un avanzamento di livello ed ecco che tutto il resto passa in secondo piano. L'arrivista che vuole emergere si isola socialmente per evitare che gli altri conoscano i punti deboli della sua personalità e li possano utilizzare contro di lui. Una volta premiato deve lottare ogni giorno per dimostrarsi migliore degli altri, per giustificare la propria posizione il proprio stipendio. Teme i colleghi, li vede come una minaccia a tutto ciò che ha raggiunto.

Lì fuori conoscete forse qualcuno che apprezza l'essere scavalcato, che è sinceramente contento per un collega che è stato promosso al posto suo? Che si accontenta di prendere uno stipendio più basso di un suo pari con cui lavora ogni giorno? A me sembra l'esatto contrario, sembra che alla pausa caffè non si faccia altro che sparlare alle spalle degli assenti: “Quella è lì, ma non se lo merita”, “Quello prende un sacco di soldi”, “Quella passa il tempo a fumare sul poggiolo”, “Quell'altra è la preferita del capo”, “Quello fa solo casini che posi devo risolvere io”.

A fronte di tutto questo è normale che le persone stiano male all'interno del proprio ambiente di lavoro e tutti lo possiamo verificare semplicemente guardandoci dentro: se potessimo scegliere andremmo a cena con i nostri colleghi o con i nostri amici? Se, premendo un bottone, potessimo far sparire il nostro capo cosa faremmo? Si incomincia a capire perché non voglio più lavorare?

La vita vera ne risente

vita rovinata dal lavoro

La vita inizia quando il lavoro finisce. Questo è lo slogan che da sempre contraddistingue questo blog e che ha guidato ogni mia scelta negli ultimi sette anni. La vita inizia quando stacchi la spina alle 5 e torni a fare quello che veramente desideri. Quando arriva il venerdì sera e hai di fronte a te due giorni nei quali non sei più obbligato a fare tutto tranne quello che veramente vorresti o quando finalmente vai in vacanza, anche se ci vai solo per un paio di settimane, ad agosto, quando tutto costa il triplo del normale.

Il problema è che tutto il veleno che abbiamo accumulato nel corso delle interminabili giornate votate al profitto e alla competizione non si smaltisce in breve tempo. Accade che ci portiamo a casa il nervosismo, le arrabbiature, le delusioni e gli interminabili problemi. Siamo tesi come corde di violino: intrappolati in una routine frenetica, dove dobbiamo necessariamente essere pronti, scattanti, svegli, attivi e iper-produttivi, viviamo in un perenne stato di nevrosi che ci trasforma in persone orrende. Siamo intrattabili, scorbutici, maleducati, basta un pedone che attraversa più lentamente del solito, un automobilista che svolta senza la freccia, i figli che fanno un capriccio o una parola fuori posto da parte della persona che amiamo per farci scattare.

La maggior parte dei problemi che abbiamo dipende dal nostro atteggiamento nevrotico nei confronti degli antri, causato dai malsani meccanismi che si instaurano sul posto di lavoro. Il lavoro rovina anche la vita vera, per questo non ci può essere felicità fintanto che lavoriamo.

Perdere il controllo


Si finisce per adottare come “normali” atteggiamenti che in realtà sono folli, perché ci vengono imposti ogni giorno, per tutto il tempo che restiamo al lavoro, cioè praticamente sempre. Ci si abitua ad essere così, ed è attraverso questo meccanismo che accettiamo i comportamenti più assurdi. È normale parlare a velocità doppia e ad un tono di voce altissimo, correre in automobile rischiando la vita, pretendere che le persone siano sempre reperibili al cellulare, che rispondano subito ad una mail, che ci innervosiamo al primo contrattempo o che al fast food ci servino entro tre minuti. L'avete vista la pubblicità di McDonald's dove ti rimborsano se non ti servono entro tre minuti? Ma perché bisogna farli impazzire quei poveri cristi che lavorano in quell'inferno? E, se ci pensiamo, tutto questo accade perché al lavoro ci impongono velocità, produttività, reattività e intolleranza all'errore.

Quando smetti di lavorare, ti allontani dalla città, dalla società e dall'interno sistema, ti accorgi di quanto siano folli questi comportamenti, non tanto perché ognuno non può essere libero di vivere come vuole, ma perché la nevrosi di massa ci ha portati a perdere totalmente il controllo delle nostre vite. Da un lato non possiamo mai fare ciò che desideriamo veramente perché siamo costretti a produrre tutto il giorno, dall'altro non riusciamo a governare i nostri comportamenti perché troppo condizionati dai ritmi e dai valori imposti dal lavoro. Non siamo le persone che vorremmo essere e di certo non lo saremo fintanto che lavoreremo.  Ora è più chiaro perché non voglio più lavorare?

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Non voglio più lavorare


nuova vita

Per questi e molti altri motivi io non voglio più lavorare.

  • Non voglio mai più dovermi alzare il lunedì mattina stanco e con la nausea, fingendo che vada tutto bene, ma odiando ogni singolo gesto della giornata. 
  • Non voglio essere obbligato a sopportare persone con cui non mi interessa stare, voglio semplicemente ignorarle, come se non esistessero, lasciando che si facciano la loro vita e non interferiscano con la mia serenità. 
  • Non voglio raccontare bugie o mezze verità ai clienti pur di vendere, dire che va tutto bene quando in realtà è tutto un casino, dire che le cose sono pronte quando invece non abbiamo nemmeno iniziato. 
  • Non voglio fare un mestiere che fa male agli altri, che peggiora le vite dei miei simili rifilando loro oggetti o servizi che non servono. 
  • Non voglio più litigare con mia moglie o rispondere male ai miei figli solo perché lo stress e la stanchezza non mi permettono di capire i loro bisogni e amarli. 
  • Non voglio più rinunciare a godermi il sole di primavera, il bosco d'autunno, le onde dell'oceano e le corse nella neve in pieno inverno.
  • Non voglio che perfetti estranei, che non stimo, abbiamo il potere di chiamarmi al cellulare e farmi alzare i tacchi arrogandosi il diritto di poter controllare il mio tempo
  • Non voglio guardarmi indietro e pensare di aver buttato al vento i migliori anni della mia vita facendo solo cose che, se potessi, smetterei di fare immediatamente.

L'elenco potrebbe essere ancora lungo, ma credo di avere dato sufficienti motivi per i quali vale la pena valutare di smettere di lavorare. Per gli stessi credo che molte persone oggi si ritrovino proiettate in una quotidianità divenuta insopportabile, priva di significato e apparentemente senza via d'uscita. Il lavoro non è un diritto o motivo di vanto come vogliono farci credere, è lo schiavismo collettivo, fisico e mentale, che muove orde di corpi senza anima al solo scopo di aumentare il profitto altrui e nutrire l'ego di chi comanda.

Conclusioni


Provo una profonda tristezza se penso al mondo che abbiamo creato; un luogo di così grande bellezza, dove tutto ciò di cui abbiamo bisogno è già presente in natura, trasformato in una fabbrica di cloni che non sanno dove stanno andando e perché. L'uomo non ha sempre lavorato, sono più o meno 150 anni che il modello della produzione continua e della crescita senza fine ha preso il sopravvento. Non è normale né naturale comportarci in questo modo, prima ricercavamo ciò di cui avevamo bisogno quando ne avevamo bisogno, producevamo il giusto per la nostra sussistenza, senza sprechi né bisogni indotti. La vita era vicina al suo senso più profondo e tutti eravamo liberi.

È arrivato il momento di cambiare, rifiutare la dottrina del lavoro senza fine come unico modo di vivere, ripudiare i valori del consumismo e dell'arrivismo. Non siamo il nostro lavoro, il nostro valore non è determinato dal ruolo che ricopriamo o dallo stipendio che percepiamo. Tutto questo non fa altro che rovinarci l'esistenza, cancellare ogni sprazzo di felicità e condannarci alla solitudine eterna.

Per tutto questo io non voglio più lavorare, e tu?

24 commenti:

  1. Mi ritrovo pienamente in ciò che dici Francesco parola per parola, giorno dopo giorno mi ritrovo a far parte di questa società malata centrata solo sul consumismo... nonostante ciò non so come affrontare il viaggio "smettere di lavorare", purtroppo il mio stipendio e' ciò che da la sussistenza alla mia famiglia quindi mi diventa difficile immaginare Il percorso da intraprendere.Dove possibile risparmio ma questo basta solo per arrivarè a fine mese E nn mi permettere di essere libero.

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    1. Buongiorno Francesco grazie dei tuoi consigli. Condividiamo il tuo modo di vivere . Non è. semolice i soldini sono pochi per pagare mutuo, bollette età... Noi stiamo adottando un sistema fai da te . È possibile fare due parole con te a voce? Saluti FILIPPO E PATRIZIA DA TORINO

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  2. E da anni che spero di smettere di lavorare... ho superato i 20 anni di contributi (26..)
    per la pensione di vecchiaia... ho deciso che fra 2 anni smetterò...

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  3. Bellissime riflessioni, che le pochissime persone consapevoli non possono che condividere. Il resto della massa purtroppo che ignorare, in quanto non essendo in grado di assumersi il concetto di responsabilità nella propria vita preferiscono rimanere nella schiavitù continua

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  4. Il tuo articolo descrive perfettamente la situazione di molti miei colleghi. Io da quest' anno sono part time e il fatto di essere libera da Martedì pomeriggio a venerdì mattina mi permette di essere molto più rilassata ( fermo restando che ho sempre cercato di essere gentile e sorridente con tutti anche nell'ambiente di lavoro).vedo invece alcuni miei colleghi di lavoro tristi, incattiviti, maleducati e aggressivi, convinti di sostenere il mondo sulle loro spalle e mi dispiace per loro. Fanno a gara per prendere progetti aggiuntivi e incarichi accessori per due euro in più ... Senza accorgersi che i conguagli fiscali di febbraio tassano il tutto molto pesantemente. Alcuni non hanno nemmeno una vita privata e vedono il lavoro come unico luogo per una pseudo vita sociale... E la cosa incredibile è che sono tanti in questa situazione.

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  5. Francesco, mi ricorda la canzone dei Sikitikis, Amori Stupidi: "Ricordami che è meglio pentirmi di aver fatto, piuttosto che morire appresso a cose in cui non ho creduto mai, Ricordamelo appena hai tempo, che mi devo licenziare, non voglio lavorare, neanche solo un attimo di piú, nemmeno solo un attimo di piú" :)

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  6. Sabato scorso sono passato in libreria a ritirare il tuo libro "Smettere di lavorare".
    Quando la commessa me lo ha consegnato mi ha detto ridendo: "Lei la fà facile. Qui ci faranno lavorare fino a 80 anni".
    Io le ho risposto: "E' tutta questione di organizzazione e volontà. Io mi stò già attrezzando ... ".
    Quando dico in giro quali sono le mie intenzioni tutti mi prendono per matto, ma il bello è che sono sempre più convinto che i miei piani si avvereranno.
    E questo anche grazie a te Francesco. Ti avessi scoperto prima ...

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  7. Tutto condivisibile, però come la metti con il giudizio della società che se non lavori ti considera un parassita? Pure quello non è facile da sopportare.

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    1. Bella domanda in effetti, soprattutto al nord la cultura del lavoro è veramente molto sentita e chi non lavora è parecchio ostracizzato, sarebbe interessante sapere cosa ne pensa Francesco.

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    2. Ricorda solo una cosa: tutto ciò che senti essere bello, è bello, e tutto ciò che ti rende felice, lieto, è la verità. Lascia che questo sia il tuo unico criterio. Non preoccuparti delle opinioni degli altri. Lascia che questa sia la tua pietra di paragone – tutto ciò che ti fa felice, dev’essere vero.
      (Osho)

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    3. Basta non usufruire della sanità pubblica e di tutte quelle cose per le quali la gente paga.

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    4. Io non lavoro ma usufruisco di tutto. Mi sono venduto casa a Roma a 650.000 Euro e con 80.000 mi sono comprato casa in un bel paesino del viterbese. Consierando che spendo 22.000 Euto l'anno per vivere ho una capienza di oltre trent'anni... poi si vedrà, mi darano una pensioncina. Intanto mi godo la vita!
      Arturo

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    5. Com'è quella che chi non lavora non deve usufruire della sanità e di "tutte quelle cose per le quali la gente paga"? Ma fammi il piacere.
      Come cittadina italiana schedata dalla nascita alla morte usufruisco di quello che mi pare perché è un mio DIRITTO SACROSANTO, altro che cazzate.
      Lo stato esiste per dare al cittadino ciò di cui ha bisogno, e dovrebbe essere tutto GRATIS.
      Molla sta mentalità da zombie che è ora.
      Tra qualche anno verrà erogato il reddito di esistenza a tutti perché i robot stanno via via togliendo un sacco di lavori agli umani, se non lo vuoi meglio, io mi prendo tutto ciò che mi spetta, sempre.

      Anna

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  8. Francesco questo articolo lo dovrebbero leggere tutti i lavoratori del mondo

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  9. Ciao Francesco mi ritrovo pienamente in ogni tua singola parola, io non mi rendevo conto di come la società mi stava rendendo ma da un anno e mezzo ho trovato la "strada giusta" almeno per me e spero di non dover più sottostare ai ricatti e alla gentaglia con cui si aveva a che fare sul posto di lavoro.

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  10. Caro Francesco,
    i tuoi articoli sono sempre molto stimolanti, devo dire però che nel corso del tempo ho un po’ modificato il mio punto di vista sul lavoro. Personalmente lavoro per i soldi, come penso quasi tutti, la differenza però sta nel farlo in modo responsabile e avendo un idea precisa di come organizzare la propria vita e quali obiettivi si vogliono raggiungere.
    Personalmente ho lavorato per 25 anni come dipendente per multinazionali americane con un bello stipendio, poi ho deciso di scollocarmi e per 8 anni ho fatto di tutto, downshifting, suonato in tutto il mondo (faccio da sempre il musicista), creato 3 società nel settore ICT (sono un informatico), rifatto il dipendente per un datore di lavoro estero molto importante, viaggiato tantissimo e continuato a coltivare i miei progetti.
    La conclusione di tutto questo è che, per quello che mi riguarda, il lavoro deve essere fatto per perseguire uno scopo. Tutti noi dovremmo avere un progetto di vita che dovrebbe rispecchiare le nostre inclinazioni e per stare bene. I soldi a me piacciono, ti dico la verità, perché mi danno la possibilità di fare cose fichissime che altrimenti non potrei fare. Si può anche vivere senza soldi per pagarsi casa, il riscaldamento, il cibo, l’elettricità etc. autoproducendosi quasi tutto, andando nel bosco a spaccare la legna, vangare il proprio orto etc….ma anche questo non è lavoro? E i nostri nonni non hanno lottato anni per emanciparsi dalla fatica fisica? Bisogna sempre soppesare i pro e i contro magari “sporcandosi le mani” e provare cosa significa. Comunque questo mondo ha bisogno di gente coraggiosa come te, per cui anche se non sono completamente dalla tua parte il tuo progetto di vita mi piace molto e ogni tanto mi piace leggere quello che scrivi.
    Un saluto a tutti!
    Mauro

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    1. Bella riflessione! I nostri nonni, in effetti, si sono fatti il mazzo per dare una vita migliore ai propri figli che, grazie ai sacrifici di chi li ha preceduti, hanno potuto studiare e, conseguentemente, uscire dall'ignoranza tipica dell'italietta di qualche decennio fa. Immagino, quindi, che massacrarsi nei campi, spaccare legna e allevare animali, non fosse poi così affascinante. Neanche fare l'operaio o l'impiegato, ovviamente, ma la vita può offrire tanto altro. Il segreto, partendo dal principio che senza soldi non si vive (con pochi forse, ma tra pochi e niente c'è una bella differenza!) è quello di avere uno scopo in testa e cercare di raggiungerlo, usando i soldi come mezzo o, se si è più fortunati, fare il lavoro dei propri sogni; concetto, questo, che non si può ignorare, perché qualcuno ha realmente la possibilità di realizzarsi mettendo in pratica ciò per cui ha studiato. Francamente, non rinuncerei mai ad una cena con gli amici, ad una serata al teatro, ad un concerto, ai viaggi e a tutto ciò che non è strettamente legato alla mera sopravvivenza, e che ultimamente viene etichettato come banale o superluo. La vita, in fondo, è fatta anche di queste cose.

      Paolo

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  11. Parole davvero bellissime e piene di significato, attorno ad un concetto (lavoro) sempre difficile da ragionare...

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  12. la cosa migliore è fare come me (e come te) che siamo ufficialmente lavoratori autonomi (io "di più", visto che di soldi ne guadagno un migliaio al mese, lordi); il problema, caro francesco, è che il mondo è fatto per fregarti e tassarti all'impossibile: purtroppo, vivendo io in una grande città, sono costretto a lavorare per pagare tasse altissime..
    e comunque d'accordissimo con il fatto che nel weekend di un lavoratore a tempo pieno l'umore è pessimo: ricordo mio padre quando lavorava (ha lavorato 46 anni!) che il sabato bestemmiava per ogni cosa e la domenica sfondava il divano a dormire...ora che è in pensione si arrabbia molto meno e fa molte più cose in casa, tra cui cucinare e aggiustare oggetti; forse lui, a 72 anni, ha capito che lavorare così tanto non lo ha reso più felice.

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  13. Apprezzo sempre la tua profondità di pensiero, al di là del solito "ci siamo stufati dell'ufficio".
    Io dico che chi ci priva di un minuto del nostro tempo ci uccide in piccole percentuali. Questo è un ragionamento che, se fatto quotidianamente, fa capire molte cose.

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  14. Ormai l'uomo ha trasformato il mondo in un inferno per la maggior parte degli animali e per se stesso e non c'e via di scampo.
    Come unica soluzione vedo solo qualche disastro che ci stermini tutti...
    Personalmente faro di tutto perche da me non nasca altra vita da dar in pasto a questo mostro di società

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    1. Sei vegano/vegetariano? Io sono vegana e posso solo darti ragione su tutto, infatti sono felicissima di non aver avuto figli e di salvare più animali che posso, a questo mondo è già tanto se si riesce a sopravvivere per se stessi, figuriamoci se si può minimamente pensare a riprodursi, ormai è follia pura.

      Anna

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  15. Ci sto lavorando ... arrivare ad uno stato di libertà, saper di non dover dipendere dagli altri, di non sentirsi incastrato in un sistema che logora, macina, stritola ... già il pensiero mi fa volare. Spero tanto, a breve, di realizzare il mio sogno : ESSERE PADRONA DEL MIO TEMPO, senza sentirmi una reietta, ma un gabbiano felice come Jonathan.
    Leggo sempre ciò che pubblichi ... mi fa stare bene.

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