La Competizione è Inutile e Rovina la Vita

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Finalmente mi sono ricordato di scrivere questo articolo :) Era da un pezzo che volevo trovare un momento per mettere nero su bianco quello che penso sulla competizione, perché ritengo che non solo sia inutile, ma addirittura dannosa.

Questo articolo lo scrivo soprattutto per capire se sono l'unico a fare di tutto per evitare la competizione e (di fatto) a non sopportarla, o se la fuori ci sono persone che la pensano come me. Allora, se vi va, ascoltate quello che ho da dire e ditemi la vostra.


Perché ricerchiamo la competizione


Senza voler trasformare questo post in una puntata di Superquark, dedichiamo due secondi per comprendere da dover deriva il bisogno di competere con gli altri. Il concetto è piuttosto semplice: due forme di vita competono per ottenere una risorsa, ad esempio due leoni per nutrirsi della gazzella uccisa o per accoppiarsi con l'unica leonessa, oppure due alberi troppo vicini competono per accaparrarsi un pezzo di terreno o una fetta di luce. Secondo la Teoria dell'Evoluzione la competizione tra le varie forme di vita gioca un ruolo fondamentale nel determinare chi progredirà e chi è destinato a soccombere.

Ok, ma allora, se la competizione è una cosa naturale, presente da sempre e a tutti i livelli, perché dovrebbe essere negativa?

Beh, semplicemente perché non stiamo parlando di questo tipo di competizione. Nella società moderna non ci ammazziamo a vicenda per un pezzo di pane o per una casa dove vivere, quella competitività riguarda i bisogni primari, in un certo senso alla mera sopravvivenza, ma tutto questo oggi non è più in discussione: non "gareggiamo" con gli altri per sopravvivere, ma per sentirci migliori, ammirati e applauditi!

Facciamo tutto questo perché crediamo che il nostro prevalere ci renda migliori, più amati dagli altri, e quindi più felici. Non dimentichiamoci mai che, anche se non ce ne rendiamo conto, l'obiettivo a cui tutti puntiamo è essere felici. Questo è il vero scopo della vita di ognuno e tutto ciò che facciamo, tutte le scelte che operiamo o le persone che frequentiamo, hanno come fine il raggiungimento della felicità.

Ma mettendosi in competizione con gli altri, come vedremo, non si ottiene veramente la felicità. In seguito spiegherò perché questo si verifica, ma adesso è molto importante approfondire il concetto di competitività nella società moderna.

La società della competizione


Nella competizione intesa come rivalità tra individui tutti perdono. Se competi, sia che tu vinca sia che tu perda, il risultato finale è la sconfitta per entrambi. Capisco che questa affermazione possa essere inizialmente difficile da comprendere, ma lasciatemi spiegare.

Due persone che competono in qualunque campo danno (tranne in rari casi) esito ad un unico epilogo: uno perde e uno vince. Colui che perde non è felice perché ha perso. Possiamo raccontarci tutte le balle che vogliamo, che la sconfitta ci insegna ad essere migliori, che non ci sono mai sconfitte, ma solo tentativi, che prima o poi riusciremo e che l'importante è partecipare, ma se abbiamo partecipato è perché speravamo di vincere, no? Per una volta cerchiamo di essere onesti con noi stessi: chi viene sconfitto è inevitabilmente infelice, impara sicuramente dai suoi errori, ma è infelice.

Chi vince invece è felice, è il migliore, ha raggiunto l'apice e festeggerà. Ottimo, ma nella vita esiste una regola molto semplice: una volta arrivati all'apice non si può che scendere. La felicità di chi ha vinto dura quello che dura e porta con sé un effetto inaspettato: alza l'asticella delle aspettative e obbliga intrinsecamente ad essere, d'ora in poi, all'altezza della vittoria appena conseguita. Per questo chi vince cercherà ancora di vincere e non sarà soddisfatto fino a quando non vincerà ancora. Non si accontenterà di un buon risultato perché la volta prima aveva vinto e quindi adesso sarà soddisfatto solo se raggiungerà almeno quell'obiettivo. Anche chi gli sta attorno si aspetta da lui grandi cose e per questo, indirettamente, non fa altro che fargli pressione.

Il problema è che non si può vincere sempre, anzi tipicamente, con il passare del tempo, l'avanzare dell'età, la perdita delle forze, della concentrazione e il subentrare di altri fattori rischiano di rendere sempre più difficile l'arduo compito di essere all'altezza delle aspettative.

Se ci facciamo caso questo capita in tutti i campi: nello sport gli atleti sono destinati ad un lento declino, nella carriera i giovani brillanti rimpiazzano i lavoratori di vecchia data, nella moda le modelle raggiungono l'apice della bellezza per poi essere gettate come fazzoletti usati. Ma anche, più semplicemente, chi per un periodo ha guadagnato molto denaro difficilmente si accontenterà di averne meno e chi è famoso si sentirà "mr. nessuno" quando le luci del palcoscenico verranno spente.

In definitiva quindi, anche chi emerge nella competizioni si auto-condanna all'insoddisfazione. A questo semplice ragionamento si aggiunge un altro importante fattore, che riguarda il rapporto con gli altri. 

La competizione porta solitudine e odio


Un dirigente competitivo che pesta i piedi a tutti per raggiungere l'obiettivo non è ben voluto. Un atleta che dedica tutto se stesso allo sport e non ha tempo per nessuno non è veramente amato. Lo studente migliore della classe viene deriso più che ammirato e applaudito. Un bambino che fa di tutto per vincere non è accettato dai suoi coetanei.

Questo capita quando gli altri ci invidiano, e la competizione porta proprio all'invidia. Potremmo pensare che porti all'ammirazione, ma se veniamo sconfitti difficilmente riusciremo ad ammirare l'altro, direi che lo invidiamo se non addirittura lo odiamo.

L'amore invece si manifesta quando qualcuno sta bene con noi, ma nella competizione non c'è armonia tra le persone, c'è sfida, conflitto, voglia di riscatto e spesso rancore. La competizione rovina i rapporti perché nessuno vuole perdere e quindi in una relazione tra individui, basata sulla competizione, ci sarà sempre qualcuno infelice, e chi è infelice si allontana.

In ultima analisi chi è competitivo rischia di rimanere solo, una solitudine imposta e non voluta, che rende infelici. In questa solitudine non fa altro che aumentare il suo grado di competitività perché non sperimenta mai l'amore e quindi non sa come attirarlo. Un dirigente solo, non farà altro che lavorare. Il primo della classe non farà altro che studiare, l'atleta ambizioso si allenerà senza sosta, ma tutti trascureranno i rapporti con gli altri, che sono il fondamento per costruire una vita felice.

Ne abbiamo veramente bisogno?


Arrivati a questo punto, cioè compreso il vero significato della competizione, potremmo pensare che la competizione sia comunque essenziale per andare avanti nella vita, ritagliarsi un ruolo, emergere, trovare lavoro ecc.

Per fortuna non è così. La verità è che se ci pensiamo bene non abbiamo bisogno di competere. Chiediamoci in modo sincero perché "gareggiamo" con gli atri!? Cosa abbiamo bisogno di dimostrare? Che siamo i migliori? Abbiamo bisogno di essere ammirati, che gli altri parlino di noi e ci elogino? Dobbiamo mostrare a tutti quanto valiamo? E anche se fosse, una volta dimostrato, cosa succede? Che ci crogioliamo nell'ammirazione e negli applausi al fine di nutrire il nostro sconfinato bisogno di approvazione? E poi, dopo che siamo stati proclamati i migliori, come faremo a mantenere le aspettative? Sopporteremo la pressione? Vivremo bene in questo continuo stato di tensione e conflitto con gli altri?

Un datore di lavoro preferisce un arrivista odiato da tutti o una persona collaborativa che fa squadra e vuole portare avanti i valori aziendali? In un qualsiasi team sportivo chi pensa solo a mettersi in mostra fa un buon lavoro per la squadra? In una band l'obiettivo di fama del singolo creerà armonia al progetto e tenderà a distruggerlo?

L'ultima volta che sono stato al Salone del Libro di Torino ho ricevuto molti complimenti e sono stato certamente ammirato da molti dei presenti: non nego che sia stato piacevole, ma è solo servito a nutrire il mio infinito ego, a nient'altro, Quell'esperienza non mi ha reso migliore, anzi, adesso, se non si ripete quell'approvazione, se non scrivo un altro libro di successo, non parlo bene davanti alle persone e non ricevo la stessa meravigliosa accoglienza, non mi sentirò bene. Anzi, se non vengo invitato mi girano le scatole perché penso di essere peggiorato, di non valere più niente.

Questa situazione è la medesima in cui si ritrovano tutti coloro che competono e hanno successo: non possono essere "meno", ma in questo processo non stiamo forse dando agli altri, ai giudici, ai critici, agli avversari o al sistema la facoltà di decidere quanto valiamo?

Io, noi tutti, dovremmo cercare di raggiungere i nostri traguardi in silenzio, e sentirci bene per avercela fatta, per esserci posti un obiettivo e averlo raggiunto. Questa è la vera competizione, quella contro se stessi, nel superare i propri limiti e migliorarsi sempre, e per farlo non abbiamo bisogno che gli altri ci vedano e ci dicano quanto siamo bravi, forti e intelligenti. Se prediligiamo l'ammirazione altrui vuol dire che ci interessa solo nutrire il nostro ego e non migliorarci, ma dare agli altri il potere di decidere se valiamo o meno equivale a fallire, sia perché non si può piacere a tutti, sia perché il declino è l'inevitabile epilogo di tutti, anche dei più grandi personaggi, musicisti, atleti, manager e campioni.

Ecco perché quel tipo di competizione non ci fa veramente crescere e non porta alla vera felicità.

Conclusioni


La cosa giusta da fare è quindi evitare di ricercare la competizione fine a se stessa, ovvero quella che serve per alimentare il nostro ego, non partecipare alle sfide e limitarsi a lavorare sodo per raggiungere i propri obiettivi, indipendentemente dagli altri.

Il vero stato di pace e felicità si ottiene cercando sempre di migliorarsi, ma sforzandosi di non farsi pubblicità, di non sventolare ai quattro venti i nostri traguardi, perché è solo così che otterremo il massimo dalla competizione, ovvero attraverso il miglioramento continuo.

Spero con questo articolo di aver spiegato abbastanza chiaramente perché non competo mai, perché nonostante corra da almeno sei anni non abbia mai fatto una gara. In questo modo sono in pace, non devo dimostrare nulla e basto a me stesso così come sono.

smetteredilavorare.it

9 commenti:

  1. Ciao Francesco, vorrei dire il mio punto di vista/esperienza anche se sono d'accordo con il tuo articolo!

    Verso marzo di quest'anno ho iniziato a correre costantemente, solo per me stesso.

    Piano piano ho iniziato a cronometrarmi e vedevo che mi divertivo a farlo.

    Ho fatto la prima gara per "gioco", sebbene volessi almeno non arrivare ultimo e mettere alla prova me stesso!

    Sono arrivato a metà classifica.

    Per me il risultato maggiore è stato il fatto che prima correvo da solo (sono un tipo molto solitario) ma una volta che ho fatto la prima gara, dopo qualche mese che correvo, mi si è aperto un mondo fatto di incontri con altre persone/corridori (non agguerriti.. ;) ), una autostima molto più alta di prima, un maggiore successo con le ragazze, un contatto con gli altri e una energia molto più alta!

    Paradossalmente quella competizione per me è stato un mezzo e un inizio per stare meglio con gli altri e con me stesso e avere meno paure.

    Purtroppo, e qui c'è il rovescio della medaglia, un mese fa, appena ho iniziato a prepararmi su una seconda gara con grande entusiasmo e "non agguerrito", se non nel voler superare me stesso, sicuro e contento per questa "nuova vita", mi sono infortunato perché ho "spinto" troppo con gli allenamenti e ora non posso camminare per 2 mesi, poi potrò camminare con una stampella senza correre per altri 2 (4 mesi in totale).

    L'autostima è un scesa e sono tornato più solitario di prima sicuramente perché un pò depresso, ma a dicembre ricomincerò, più piano, a gareggiare e a correre.

    Con questo ho capito, da una parte, che non dobbiamo mai puntare tutto su una cosa sola...cmq...

    Devo dire che è verissimo quando dici che comunque l'atleta, come il "secchione", pensa spesso solo a prepararsi e trascura gli altri e/o chi gli sta vicino, e in qualche modo è anche invidiato da alcuni per questa volontà/abilità, e questo è successo anche a me con alcune persone, ma in compenso mi ha migliorato in energia e in autostima, che era quello che mi interessava.

    Poi, la gara, è un'altra cosa.

    Farei un piccolo appunto, nel senso che il dirigente che pesta i piedi a tutti è un modo di competere diverso rispetto al corridore o al secchione, che non pesta i piedi a nessuno e, quindi, non fa male a nessuno... ;)

    Grazie, ciao Francesco e alla prossima! :)

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  2. Ciao sono ovviamente d'accordo su quanto ha scritto Francesco. Come sappiamo l'uomo è un essere sociale che "dovrebbe" vivere in armonia con i suoi simili. Il fatto di stare con gli altri e di portare le proprie esperienze ed il proprio "sapere" è una cosa utile e positiva.

    Sappiamo anche che emergiamo di più in certi argomenti e siamo meno capaci in altri.
    Quello che dovremmo tenere sempre a mente e che dovremmo sempre applicare è "mostrare" la nostra conoscenza e il nostro saper fare con estrema "umiltà".

    In questo modo non scateniamo nessun odio verso gli altri ma saremo maggiormente apprezzati ed amati. Non saremo presi da nessuna frenesia di dover fare sempre di più e di essere al "top" perché continueremo a tenere i piedi per terra; saremo consapevoli che le persone che ci circondano valgono tanto come noi e che avremo sempre qualcosa da imparare dagli altri. Dovremo quindi concentrare le nostre forze nel saper scoprire ed attingere dagli altri ciò che noi non abbiamo per un "sano" arricchimento interiore.

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  3. Mi sembra che più che alla competizione la tua critica è rivolta allo "sbandierare le vittorie". Purtroppo anche quelli che competono con loro stessi, in silenzio, ecc... in molti campi debbono avere un riscontro con l'esterno.

    Chi di mestiere fa il venditore può anche competere con se stesso, ma se risulterà peggiore degli altri sarà rimpiazzato. Così anche l'atleta, il cantante, la modella. Anche l'oste che vuol solo far felice i propri clienti se lo fa peggio degli altri ristoratori perderà pubblico e clienti e non riuscirà a mangiare.

    Concordo che chi ha comportamenti eccessivamente aggressivi o competitivi sbaglia e non il bene di nessuno. Che il modo migliore per lavorare e vivere è invece aumentare le competenze, acquisire autorevolezza, coinvolgere, migliorarsi.

    Ma piaccia o no, la competizione è inevitabile. Anche se noi la sfuggiamo, sarà lei a venirci a cercare e trovare. E comunque in molti campi un po' di competizione è anche un buon "motore", purché non esasperata.

    Roberto.

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  4. Lavoro in una multinazionale e un concetto di questo genere è utopia. Nonostante io sia d'accordo con quello che scrivi, ti assicuro che c'è competizione anche sul "chi fa più gioco di squadra"; responsabili che fanno finta di essere collaborativi, ma nel concreto non muovono un dito oppure chi sbandiera risultati senza accorgersi (volontariamente) che sono totalmente fuori contesto o sbagliati. Su una cosa, più di altre, concordo pienamente: bisogna fare le cose in silenzio, senza sbandierare le proprie vittorie ma rendersi conto delle proprie capacità. C'è chi si innamora della competizione perché si è egocentrici, prepotenti e chi invece lo fa per evidenziarsi dato che negli altri aspetti della vita è carente. Un articolo eticamente giusto, ma semplicemente utopistico: ci sarà sempre qualcuno che amerà distruggere il prossimo.

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    1. si Vi Mar concordo , però bisogna centrare il problema, io so di pensarla come Francesco e ce ne sono altri, forse anche tu, quindi chi è che ama distruggere il prossimo? a mio parere sono persone di un livello inferiore che non capiscono e sono povere di amore quindi invidiano e devo purtroppo anche definirli i maligni, cosa si può fare? la prima cosa è non accettare sfide che ti porterebbero a diventare come loro , quindi bisogna sceglierci bene e fare gioco di squadra contro il male

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  5. i discorsi sulla competizione secondo me sono delicatissimi e per estrarre un ragionamento come questo di Francesco bisogna avere un intelligenza di prima categoria, quindi complimenti, però dico per esperienza che chi non vuole competere sia tra amici che sul lavoro ma vuole sperimentare l'amore può trovarsi solo e isolato per colpa della competizione altrui però egli almeno non sarà infelice

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  6. E’ molto coraggioso affrontare il tema della competizione in questi termini, e lo dimostra il movimento di opinioni che ha mosso. Condivido appieno: la competizione è un’espressione dell’ego, e non porta quindi a niente di costruttivo. Altra cosa è sperimentare i propri limiti per conoscersi meglio ed espandere la coscienza di sé, col quale spesso la competizione è confusa, o fatta confondere “ad arte”… è un peccato che la società in cui viviamo porti a pensare che la competizione sia “naturale”, “inevitabile”, se non addirittura “utile”.
    Grazie Francesco per aver stimolato ancora una volta importanti riflessioni che vanno fuori dal coro.

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  7. Sarebbe facile fare un bel discorso su quanto sia dannosa la competizione, e quanta scarsa solidarietà vi sia ormai su questo pianeta...Invece vorrei dire che la competizione, quando è sana, ovvero quando si accetta la "sconfitta" e si è felici o almeno contenti per chi vince, riconoscendogli le giuste capacità, fa bene a se stessi, perché aiuta a comprendere profondamente i propri limiti e a voler migliorare senza montarsi la testa.
    Ricordo le competizioni scolastiche a cui partecipavo, specie quelle in lingua inglese (in seguito mi sono laureata in lingue) che ho vinto quasi sempre e che mi hanno fruttato il poter scrivere degli articoli di ecologia e sulla scuola del giornale locale (allora mi sembrava una gran cosa :)).
    Quando non vincevo ero la prima ad andare a congratularmi con chi lo aveva fatto, andavamo a mangiarci la pizza tutti insieme, e non ho mai visto la competizione come qualcosa a cui mirare, ma semmai come una prova con me stessa più che con gli altri.

    Voglio dire, anche fare un concorso pubblico per vincerlo e ottenere un posto (per chi ci crede) è competizione alla fine.
    Altro discorso ovviamente è la cattiveria con cui moltissime persone vanno avanti nella vita, comportandosi da vere merde con colleghi di cui sono gelose e lecchine con i capi al fine di ottenere promozioni non meritate a discapito di altri.
    Come per tutte le cose ci vuole consapevolezza, e se c'è ancora gente al mondo che ha bisogno di essere competitiva in modo meschino, deve attraversare questa fase. Sta a chi in qualche modo subisce quei comportamenti sleali imparare delle lezioni e agire di conseguenza senza scendere al livello di chi compete in modo squallido e persino disumano. Il karma alla fine è questo.

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  8. Sono assolutamente d'accordo ed ho sempre sostenuto una mia teoria simile. Mi rendo conto che la mia e' una fantasia utopica ma sono per un mondo a 2 velocita' , dove al livello piu' basso il sostentamento e la vita dignitosa sia garantita per tutti per legge.. ed al livello piu' alto ci siano coloro che si divertono a competere. E' logico che questi ultimi ottengano di piu', ma deve esserci per loro una tassazione che consenta di mantenere accettabile il livello di vita di chi vive al livello sottostante. In parole povere la competitivita' deve essere una SCELTA che non implichi una vita grama per chi decide di restare fuori dalla giostra del turbo-capitalismo. Il sistema (ovviamente statalista come principi) deve dare la possibilita' a chi vuole diventare RICCO di provare a farlo, ma ben conscio che il livello cui puo' ambire avra' dei limiti dettati dal sistema stesso..che prelevera' una fetta di "utili" per garantire un sociale dignitoso per chi vuol vivere tranquillamente e dignitosamente. Vanno creati supermercati statali con prezzi popolarissimi, centri commerciali statali, un mercato delle auto usate a prezzi bassissimi per chi vive nel "mondo di sotto"...Insomma civile convivenza tra chi vuole ambire al TOP e chi invece predilige un comportamento di "downshifting" e desidera scalare una marcia e vivere con lentezza.

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