Quando è il Momento Giusto per Cambiare Lavoro e Perché

Quando è il Momento Giusto per Cambiare Lavoro e Perchè
Cosa fare per cambiare lavoro
Smettere di lavorare non significa non fare nulla dalla mattina alla sera, ma semplicemente ottenere il poco denaro che ci serve per vivere, attraverso le nostre passioni. In questo senso cambiare lavoro potrebbe essere una strada meno rischiosa rispetto a quella di crearsi una rendita autonoma, a patto che si trovi un impiego che dia libero sfogo a quello che ci piace realmente fare, dove la qualità e la passione vengono prima del profitto.

In questo articolo capiremo insieme quado è il momento migliore per cambiare attività lavorativa, quali sono i segnali che rendono evidente la necessità di una rivisitazione delle nostre aspirazioni, e quale tipologia di azienda va preferita.



In che direzione andare


Siamo così profondamente immersi nel contesto aziendale e trascorriamo così tanto tempo al lavoro, che siamo tutti convinti che il ruolo che ricopriamo sia, in un certo senso, anche il nostro ruolo nella vita. La maggior parte di noi crede che un manager sai un vincente, migliore in assoluto, quando invece è solo più adatto ad una certa tipologia di mansioni in quel preciso posto di lavoro, mentre presso un'altra azienda potrebbero essere perfettamente inutile. Conosco dirigenti che in azienda si atteggiano da dei in terra, e nella vita sono gli zimbelli del quartiere dove vivono.

Ho voluto sottolineare questo aspetto per iniziare l'articolo con il piede giusto, ed essere sicuro che la mente del lettore sia sgombra dell'assurda convinzione che, cambiare lavoro, debba per forza portare ad un miglioramento economico o a guadagnare posizioni nella scala sociale. Trovare un nuovo impiego deve servire a farci stare meglio, traguardo che si raggiunge solo quando si può lavorare meno, avere più tempo per se, essere creativi, operare per passione e si ha riscontro diretto dei propri sforzi, aspetti che non hanno nulla a che vedere con il volgare denaro.

Tra le aziende è in atto una guerra; tutti vogliono crescere, guadagnare fette di mercato e fare soldi, sono in concorrenza continua, partecipano a gare come fanno gli atleti, solo che sono gare a perdere, a chi promette di fare quanto richiesto al prezzo più basso. E così la qualità passa in secondo piano, le produzioni vengono spostare all'estero e le persone diventano numeri, mera statistica, il cui valore è misurato in base alla produttività e non alle reali capacità.

Se apparteniamo ad una di queste realtà è molto probabile che, col passare del tempo, la qualità della nostra vita andrà gradualmente peggiorando, più l'azienda cresce, peggio staranno i dipendenti, che si ritrovano ad essere un tassello inanimato di un puzzle sempre più grande e dispersivo. La persona perde così di identità, si sente sminuito, poco valorizzato e, un po' alla volta si ritrova a chiedersi se vale la pena impegnarsi o se gli conviene di più ripagare l'azienda con la stessa moneta, limitandosi a fare il suo compitino, cioè il minimo indispensabile.

Inizia così il declino aziendale, che va di pari passo con la morte dell'iniziativa personale e della voglia di fare bene. Chi si accorge di questa situazione dovrebbe seriamente pensare di cambiare lavoro il prima possibile, anche se i bilanci sono positivi e gli stipendi vengono versati, perché, quando le cose si metteranno veramente male, sarà ormai troppo tardi.




L'influenza della crisi


La crisi economica non fa che accelerare questo processo, perché nasconde risvolti che nemmeno immaginiamo; uno di questi è la subdola capacità, da parte dei nostri dirigenti, di sfruttarla al fine di togliere i pochi diritti rimasti ai lavoratori. Durante queste tragiche fasi economiche, le persone sono molto vulnerabili, hanno Paura di Perdere il Lavoro e mettere a repentaglio la stabilità economica della propria famiglia, pertanto hanno la tendenza a ribellarsi meno e sopportare di più.

Chi comanda sfrutta appieno la situazione per rifiutare richieste di aumenti di stipendio, costringere psicologicamente le persone a lavorare nei fine settimana e applicare regole discriminatorie. Intanto le sue tasche sono sempre più piene di lurido denaro, mentre i dipendenti si ritrovano con gli stipendi bloccati e condizioni di lavoro sempre peggiori. E' l'inizio della fine, perché questa situazione può perdurare solo fintanto che il mercato non torna ad aprirsi, momento nel quale un numero molto elevato di persone cercherà disperatamente di migliorare la propria vita, cambiando lavoro.

Se il nostro scopo è vivere felici in un ambiente lavorativo piacevole, dobbiamo giocare d'anticipo e cambiare impiego alle prime avvisaglie di declino, prima che tutti aggiornino i curriculum e incomincino ad intasare le caselle di posta elettronica di quelle poche aziende che assumono personale. 

Il momento giusto per cambiare lavoro è quindi l'istante esatto prima della tempesta, proprio come il momento più propizio per vendere la casa o le azioni in borsa, si verifica l'attimo prima che il mercato crolli. Si tratta di un momento di stasi, dove le persone non hanno ancora realizzato quello che sta succedendo e sperano che le cose possano migliorare. Non si rendono conto che i privilegi che stanno perdendo non torneranno facilmente, diritti conquistati con lotte durissime, conflitti che si scatenano solo quando il popolo tocca il fondo, quando non si ha più nulla da perdere. Oggi, questa forma di protesta è completamente inefficace, lo abbiamo visto con i famosi “Forconi”, che hanno mandato in tilt il traffico per qualche giorno e poi sono spariti nel nulla. Scendere in piazza non funziona più, la vera rivoluzione si fa individualmente, battendo il sistema sul tempo e cambiando le proprie prospettive di lavoro, prima degli altri.

Va poi considerato che, per ogni dipendente che se ne va, aumenta il valore delle persone che rimangono, che possono provare a migliorare la propria condizione Facendo Leva sulla Paura dei Dirigenti, di aver calcato un po' troppo la mano. Il coraggio del singolo però influenza fortemente l'opinione di tutti, dando spesso il via ad un meccanismo di esodo di massa. Diversi anni fa vidi accadere tutto questo con i miei occhi, quando la filiale del colosso bancario informatico per cui lavoravo, si ritrovò a chiudere i battenti dopo aver perso quasi tutti i dipendenti.

Anche questo è dunque un segnale da tenere fermamente in considerazione quando si vuole cambiare lavoro; se si sta verificando un fuggi-fuggi generale, è meglio accodarsi il prima possibile, perché è piuttosto probabile che la situazione degeneri in breve tempo.



Dove andare?


Quando la nave affonda tutti i topi scappano, ma noi, in quel momento, dovremmo già aver raggiunto la riva da un pezzo, in modo da poter godere di un Vantaggio Competitivo nei confronti della moltitudine di persone che si riversano sul mercato.

A questo punto non resta che capire in quale direzione puntare per Trovare un Nuovo Lavoro, che soddisfi le nostre aspettative e dove sia più difficile che si ripeta la situazione che stiamo vivendo. Molti, per paura o incertezza, cambiano impiego e vanno a lavorare presso un azienda di pari livello (se non superiore) a quella dove sono attualmente impiegati. Questa scelta è giustamente dettata dalla prudenza e dal timore di perdere lo stato sociale nel quale si sentono ormai ben radicati; purtroppo però, passare da un colosso in declino ad un altro (anche se apparentemente in buona salute), nasconde la forte probabilità che la situazione che ci sta spingendo a cambiare, si ripresenti a breve. Le aziende, soprattutto quelle di grandi dimensioni, sono fatte con lo stampino, l'organigramma è uno standard, i manager hanno la medesima formazione, seguono gli stessi corsi, leggono gli stessi libri, adottano e applicano regole analoghe. Sanno che trattare le persone come numeri, togliere appena possibile e dare con il contagocce è una strategia consolidata, che porta a risultati precisi.
Ecco perché dobbiamo prediligere le piccole realtà, dove il valore del singolo conta molto di più e la passione può emergere prepotentemente. Un'impresa che vanta pochi dipendenti deve necessariamente affidarsi a collaboratori di valore, persone che possono veramente fare la differenza, alle quali vengono dati piena responsabilità e controllo sul proprio operato. Ogni dipendente ha un potere enorme, la sua dipartita può modificare drammaticamente l'equilibrio della società, pertanto, chi comanda, ha pieno interesse a trattare bene le persone, rispettandone i diritti

Scegliamo pertanto di abbandonare le grandi multinazionali e mettiamoci al servizio delle piccole realtà, quelle che non guardano solo al profitto, ma alla produzione di qualità e di servizi o beni veramente utili alle persone. Staremo meglio, a posto con la nostra coscienza, assolutamente orgogliosi di creare qualcosa di valore, per noi e per chi ce l'ha commissionata, ben lontani da logiche contorte e scelte operate solo perché al tal dirigente venga assicurato un ricco premio produzione, mentre a noi, se va bene, una pacca sulla spalla.
In quanto alle garanzie, beh, eravamo tutti convinti che le grandi aziende dessero sicurezza, ma la crisi ha dimostrato che "nessuno è intoccabile", hanno chiuso stabilimenti enormi, mettendo in cassa integrazione o licenziando i dipendenti, anche se il fatturato restava positivo, cogliendo la palla al balzo per eseguire riassetti che prima, per legge, non avrebbero potuto applicare.


Conclusioni


Il senso della vita di ognuno è essere felici, ogni giorno, ogni azione che compiamo deve tendere a questo traguardo. Cambiare lavoro e smettere di lavorare per una compagnia che gioca con le persone, come se fossero pedine di una scacchiera, che ci considera un problema se proponiamo migliorie e ci opponiamo alle discriminazioni o se preferiamo aiutare un collega che rispettare scadenze impossibili, è un passo che va attuato quanto prima.

Il momento migliore per cambiare lavoro è quando le cose vanno bene, quando le acque sono calme e gli squali se ne stanno confinati nel loro territorio, se indugiamo troppo e ci muoviamo solo quando i segnali di declino sono evidenti a tutti, le nostre possibilità di trovare un lavoro migliore, caleranno drasticamente. E il declino arriva, perché tutto quello che sale prima o poi scende, e nessuno di noi è al sicuro dietro la propria scrivania, anche se vorrebbe crederlo.

1 commento:

  1. Ciao Francesco. Io ho smesso di lavorare un anno fa. La scelta non è stata mia, non ne avrei mai avuto il coraggio, considerando il fatto che ho quasi cinquant'anni ma un figlio ancora piccolo. All'improvviso ed inaspettatamente, ci hanno dato il benservito, mettendo la società in liquidazione (ti parlo di quelle holding che hanno vari rami d'azienda), sostenendo la teoria della crisi. Trovo inutile e poco interessante per gli altri, in questa fase ed in questo contesto, analizzare la mia esperienza ma, seppur in parte, avvaloro la tua tesi esposta nel post. La vita (lasciamo da parte eventuali credenze religiose, da rispettare in tutti i sensi) è una ed anche breve ahimè, quindi è vero che dovremmo sfruttarla per fare ciò che ci fa felici e non certo per lavorare in un ambiente che, spesso e volentieri, ci opprime e basta. Credo che le piccole aziende, in questi tempi, non siano diverse dalle grandi multinazionali come affermi, semmai le motivazioni che le spingono a sfruttare al massimo i propri dipendenti sono da ricercare nel nostro sistema fiscale e di costo del lavoro, divenuto oramai insostenibile per chiunque. Ritengo inoltre che la rivoluzione, possibilmente pacifica, debba invece essere attuata in gruppo; i Forconi purtroppo hanno detto solo ciò che NON volevano e non ciò che richiedevano e sostenevano, ecco credo il perchè del loro discioglimento. I cambiamenti spaventano un pò tutti, probabilmente più coloro che hanno la mia età che la tua e noi degli anni sessanta siamo tanti....!!! Detto questo comunque i tuoi inviti a cercare di essere più felici e sereni sono ben accetti. A presto. Eleonora

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